Strumenti di accessibilità

Bonus mamme, esclusione di colf e badanti arriva alla Corte costituzionale

Il Tribunale di Milano ha sollevato la questione di legittimità sulla norma che nega il contributo alle lavoratrici domestiche. Il ricorso è stato promosso da una lavoratrice insieme ad Asgi, Apn e Cgil Lombardia.

Sarà la Corte costituzionale a decidere se le lavoratrici domestiche possono restare escluse dal "nuovo bonus mamme". Con ordinanza del 7 ottobre 2026 il Tribunale di Milano, sezione Lavoro, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità dell'art. 6, comma 2, del decreto-legge 95/2025 e dell'art. 1, comma 207, della legge 199/2025, che ha confermato la misura per il 2026.

La misura e il ricorso

Il bonus è una somma erogata dall'Inps, a domanda, alle lavoratrici madri con due o più figli e un reddito da lavoro fino a 40mila euro annui: 40 euro al mese nel 2025, 60 euro nel 2026. Spetta alle dipendenti e alle autonome, ma la legge esclude espressamente i rapporti di lavoro domestico.

Il ricorso è stato presentato da una lavoratrice dello Sri Lanka, in Italia dal 2013, madre di tre figli e occupata come colf a tempo indeterminato, insieme ad Asgi, Avvocati per niente e Cgil Lombardia. La sua domanda era stata respinta dall'Inps ad aprile, proprio per la tipologia del rapporto di lavoro.

Le ragioni del Tribunale

Il primo profilo riguarda gli articoli 3 e 31 della Costituzione, cioè uguaglianza e tutela della maternità. Il bonus non è più uno sgravio contributivo, come nella versione precedente: è una somma fissa, finanziata dalla fiscalità generale e slegata dai contributi versati. Viene così meno, secondo la giudice, il nesso con le particolarità previdenziali del lavoro domestico che poteva spiegare l'esclusione. L'ordinanza porta un esempio: una lavoratrice autonoma che fa le pulizie nelle abitazioni private riceve il bonus, una dipendente con le stesse mansioni, lo stesso reddito e gli stessi figli no.

Il secondo profilo è la discriminazione indiretta in base alla nazionalità. Secondo l'Osservatorio Inps citato nell'ordinanza, nel 2025 gli stranieri erano il 68,9% degli occupati nel settore domestico, contro una media del 10,5% nel mercato del lavoro, e le donne l'88,7%. Una regola in apparenza neutra finisce quindi per colpire soprattutto le lavoratrici straniere, in contrasto con le direttive europee sulla parità di trattamento e con le Convenzioni Oil n. 189 del 2011 sul lavoro domestico e n. 143 del 1975 sui lavoratori migranti. Per la giudice il contenimento della spesa, invocato dall'Inps, non basta a giustificare l'esclusione di un'intera categoria.

La posizione dei ricorrenti

Per Asgi, Apn e Cgil Lombardia "la vicenda esprime una inammissibile 'disattenzione', da parte del legislatore, delle condizioni di lavoro nel settore del lavoro di cura; un settore che invece, per le basse retribuzioni medie e per la elevata concentrazione di lavoratrici straniere, che già soffrono delle ulteriori difficoltà derivanti dalla condizione di migranti, meriterebbe significativi interventi di sostegno". Le organizzazioni chiedono al legislatore di intervenire senza attendere la Consulta, riportando tutte le lavoratrici madri a una condizione di uguaglianza.

Come può aiutarti l'Inca

L'Inca Cgil segue il lavoro domestico nella tutela individuale di ogni giorno: maternità, prestazioni a sostegno del reddito, verifica della posizione contributiva e molto altro.

In attesa della decisione della Corte, le sedi del patronato sono a disposizione di colf, badanti e baby-sitter con due o più figli per verificare i requisiti previsti dalla legge e valutare, caso per caso, le iniziative utili a salvaguardare il diritto al bonus.

Trova la sede più vicina

Scopri di più sul bonus mamme 2026