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80 anni dagli accordi Italia-Belgio: da Bruxelles parte il cammino verso i 70 anni di Marcinelle

A Saint-Gilles, alle porte di Bruxelles, CGIL e INCA hanno ricordato l'80° anniversario degli accordi sulla manodopera firmati tra Italia e Belgio nel 1946. Un appuntamento pensato come il primo passo di un percorso che, da qui ad agosto, porterà alla commemorazione dei settant'anni dalla strage di Marcinelle.

Quell'accordo del 23 giugno 1946 scambiava 2.500 tonnellate di carbone ogni mille uomini. Nello stesso Belgio dove approdarono migliaia di italiani, quel patto è tornato a parlare non come una pagina d'archivio, ma come la radice di un impegno che sindacato e patronato portano avanti ancora oggi.

L'iniziativa è stata organizzata insieme da INCA, CGIL, ACLI, ARCI, ANPI, PD, AVS e M5S. Ad aprire la serata sono stati i saluti istituzionali del Console Generale d'Italia a Bruxelles Francesco Varriale e della Presidente del Comites Bruxelles, Brabante e Fiandre Alessandra Buffa.

Tra i ricordi e le riflessioni sul futuro ha trovato spazio anche la musica di Giacomo Lariccia, cantautore finalista al Premio Tenco ed emigrante egli stesso, che ha eseguito "Sessanta sacchi di carbone", il brano che ha dedicato alle 262 vittime, 136 delle quali italiane, della miniera del Bois du Cazier, l'8 agosto del 1956.

A introdurre i lavori è stato lo storico dell'emigrazione e parlamentare eletto all’estero, Toni Ricciardi; sono poi intervenuti, tra gli altri, per le ACLI il Presidente nazionale Emiliano Manfredonia e il Presidente del Patronato Paolo Ricotti, l'ANPI con Cristina Scarfia, l'ARCI con Martina Corti, e i parlamentari europei Ilaria Salis (AVS), Gaetano Pedullà (M5S) e Matteo Ricci (PD).

Pagliaro (INCA): Emigrazione e immigrazione sono lo stesso bisogno di tutela, visto da due lati

Il Presidente dell'INCA CGIL, Michele Pagliaro, ha scelto di partire da un'immagine più che da una statistica. Ottant'anni fa, ha ricordato, i delegati dell'INCA salirono su un treno diretto in Belgio per stare accanto alle famiglie emigrate. "L'accordo che ricordiamo oggi parla di uno scambio tra uomini e carbone, come se fossero entrambe merci. Noi parliamo invece di persone: interi nuclei familiari catapultati in un mondo nuovo, in una vita dura, costretti a sentirsi stranieri e spesso soli. E l'INCA era lì anche dieci anni dopo, accanto alle vedove e ai feriti di Marcinelle."

Oggi, ha spiegato, quella stessa porta dell'INCA viene bussata nei due sensi: da chi parte da Napoli, Torino o Palermo verso Bruxelles, e da chi arriva in Italia da molto più lontano. Gli italiani residenti all'estero hanno ormai superato i sei milioni e quattrocentomila, con oltre un milione e seicentomila partenze in vent'anni; e non si tratta soltanto della cosiddetta "fuga di cervelli", perché a muoversi è il Paese intero, e il Mezzogiorno più di ogni altra parte.

Anche la domanda di tutela, ha osservato Pagliaro, è semplicemente cambiata di forma. Riguarda oggi il riconoscimento delle qualifiche professionali, la portabilità dei diritti previdenziali, i contributi versati in più Stati che devono parlarsi tra loro, la lotta al lavoro grigio e nero - che non sparisce di certo attraversando un confine - e l'accesso effettivo ai servizi sociali per chi vive lontano da casa.


Sono storie quotidiane: la famiglia italiana a Bruxelles che deve ricongiungere i periodi contributivi maturati in due Paesi, il giovane partito per il Nord Europa che rischia un buco previdenziale. Ma lo stesso identico lavoro riguarda anche chi in Italia ci arriva: la giovane lavoratrice domestica accompagnata nei suoi diritti, il rider assistito sulle tutele assicurative, l'infortunio o la malattia professionale da far riconoscere a chi spesso nemmeno padroneggia la lingua per orientarsi da solo.

"È lo stesso identico mestiere", ha sottolineato il Presidente dell'INCA. "Cambia la direzione del viaggio, non il diritto a essere tutelati." Una tutela individuale, gratuita e indipendente che, ha concluso, non rappresenta un costo per il sistema ma un pilastro della democrazia sociale: "Lo era nel 1946, quando partimmo per il Belgio. Lo è oggi, a Charleroi come a Palermo, a Bruxelles come a Reggio Calabria."

Le conclusioni di Barbaresi (CGIL): O l'Europa dei diritti o l'Europa muore

Le conclusioni sono state affidate alla Segretaria confederale della CGIL, Daniela Barbaresi, che ha riportato il filo della serata al cuore della Costituzione. Quell'accordo del 1946 fu approvato dalla stessa Assemblea Costituente che di lì a poco avrebbe scritto la Carta in cui il lavoro diventa fondamento della Repubblica. "Il lavoro, non la rendita, non il privilegio, non lo sfruttamento", ha ribadito Barbaresi, ricordando come le parole lavoro e lavoratori ricorrano venticinque volte nel testo costituzionale.

Ma cos'è oggi il lavoro? La Segretaria confederale ha indicato tre temi prioritari: precarietà, salari e sicurezza. In Italia un lavoratore su tre non ha un'occupazione a tempo pieno e indeterminato, con quattro milioni di part time e tre milioni di precari. Sul fronte salariale le retribuzioni lorde annue si attestano in media intorno ai ventimila euro, ma un quarto dei dipendenti non arriva nemmeno a diecimila euro lordi l'anno: meno di ottocento euro lordi al mese, e così si resta poveri pur lavorando. Un'emergenza vera e propria, ha detto, mentre profitti e grandi patrimoni continuano a crescere. C'è poi la questione della sicurezza: negli ultimi dieci anni in Italia hanno perso la vita tredicimila lavoratrici e lavoratori. "I morti sul lavoro non sono solo numeri", ha ammonito, richiamando i nomi di chi è caduto sotto il caporalato e lo sfruttamento, da Satnam Singh nelle campagne di Latina ai braccianti di Amendolara.

Da qui il passaggio all'Europa. "Il lavoro e la libera circolazione dei lavoratori sono stati uno dei pilastri dell'integrazione europea", ha proseguito. "Il lavoro deve essere tutelato, perché è un diritto; sicuro, perché di lavoro si deve vivere e non morire; dignitoso e ben retribuito; stabile, perché la precarietà è una perdita di libertà. L'Europa che vogliamo è quella dei diritti, della giustizia sociale, del Pilastro europeo dei diritti sociali, della solidarietà e dell'accoglienza, per chi arriva oggi come per chi emigrava ottant'anni fa, fuggendo dalla miseria, dalla fame o dalla guerra."

Parole nette sono arrivate sul fronte delle migrazioni, a cui — ha detto Barbaresi — bisogna rispondere con inclusione, accoglienza e integrazione. Ha espresso forte preoccupazione per le nuove norme europee sui rimpatri e per la decisione del Governo italiano di recepire il Patto su asilo e immigrazione tramite decreto, denunciando la detenzione sistematica nei cosiddetti return hubs, la possibilità di applicare misure detentive perfino a minori e bambini, e quel "voto sulla remigrazione: una parola orrenda e disumana". Lo ha definito un arretramento culturale e giuridico, contro cui la CGIL, insieme al sindacato europeo e internazionale,rivendica il diritto a migrare e a rimanere, e la sicurezza sociale per tutte e tutti.

"Anche noi siamo stati migranti, non dimentichiamolo mai", ha concluso. "Le miniere del Belgio sono il simbolo della fatica e del lavoro disumano, ma anche delle lotte sindacali per i diritti e dell'emigrazione stessa. Quest'anno ricorre il settantesimo anniversario di Marcinelle: torneremo nei luoghi della tragedia per onorare le vittime e per ribadire che vogliamo un'Europa dei diritti, di un lavoro dignitoso e di un salario giusto. Un'Europa dell'uguaglianza, della solidarietà, della democrazia e della pace." Perché, è stato il suo monito finale, "o si afferma l'Europa dei diritti e della solidarietà, o l'Europa muore".

Un percorso che porta a Marcinelle

Ottant'anni dopo gli accordi del 1946 e a settant'anni dalla strage del Bois du Cazier, CGIL e INCA hanno scelto di non limitarsi alla memoria, ma di legare quel passato alla condizione presente di chi parte e di chi arriva. Da qui il cammino prosegue verso l'8 agosto, quando si tornerà a Marcinelle per onorare le vittime. Per stare accanto a chi lavora, che parta o che arrivi. Allora come oggi, oggi come domani.