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Controversie previdenziali

Nessuna sanzione se non si indica il valore della prestazione  

di Rosa Maffei, consulente legale di Inca

La Corte Costituzionale giudica illegittima la sanzione di inammissibilità del ricorso privo di indicazione del valore della prestazione previdenziale richiesta (sentenza n. 241 del 20 novembre scorso). Dopo la bocciatura della norma che destinava alla decadenza triennale anche i giudizi pendenti in materia di  ricostituzioni pensionistiche, la Corte Costituzionale si pronuncia ora su un’altra disposizione varata con decreto legge dal governo Berlusconi nell’estate 2011 (art. 38, comma 1, lettera b), n. 2, del D.L. n. 98/2011). Una disposizione dai contenuti pesantemente punitivi del contenzioso previdenziale che sanziona come inammissibile il ricorso giudiziale ove nell’atto introduttivo non fosse indicato il valore della prestazione domandata. Anche  stavolta però la norma non ha retto al vaglio di costituzionalità ed è stata  dichiarata illegittima perché  giudicata irragionevole e sproporzionata rispetto al fine perseguito dal legislatore.

L’intento era quello di scoraggiare fenomeni di abuso del processo previdenziale e di contrastare prassi anomale consistenti nell’omettere di precisare il valore specifico della prestazione oggetto del contendere al fine di ottenere la liquidazione di spese incoerenti con tale valore. Si trattava in sostanza di porre fine ad un contenzioso seriale  dilagato negli anni e incentrato su somme di minima entità  rivendicate  a vario titolo sulla  indennità di disoccupazione  agricola in delimitate  province del Meridione, contenzioso che aveva dato luogo a succulente liquidazioni di spese del tutto spropositate rispetto alle differenze giudizialmente accordate.

Se questo era lo scenario in cui si collocava  la norma va anche osservato che  la finalità poteva già dirsi soddisfatta con un accorto utilizzo da parte dei magistrati  del criterio di   congruità tra l’importo richiesto in domanda e la liquidazione delle spese di lite, introdotto nel 2009 con la legge di riforma del giudizio civile. Eppure, nella strategia difensiva dell’Inps l’eccezione di inammissibilità del ricorso ove non fosse specificato il valore della prestazione, ora giudicata spropositata ed eccessiva dai giudici della Consulta, è stata utilizzata in modo improprio, indiscriminato e non selettivo.

Non è stata riservata, cioè, alle finalità moralizzatrici e di contenimento dei fenomeni di abuso del processo per i quali, seppur maldestramente, era stata introdotta, bensì come pretestuoso e ridondante strumento di contrasto rispetto a domande giudiziali ad alto contenuto giuridico e sociale. Nel caso esaminato dalla Corte di Appello di Torino, che ha dato luogo al giudizio di costituzionalità, si trattava di decidere se un minore affidato al nonno poi deceduto avesse diritto o meno alla pensione di reversibilità. Altro che causa di valore irrisorio.