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Lavoro. Risarcimento per demansionamento


Cassazione, danno per impoverimento professionale

Quando il demansionamento si protrae per lungo tempo e ha come conseguenza la perdita di professionalità, è giusto parametrare il danno non patrimoniale a un mese di retribuzione per ogni anno di dequalificazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 27460/17 del 20 novembre, rigettando il ricorso di un’azienda contro la Corte d’Appello di Milano che l’aveva condannata a risarcire alcuni suoi dipendenti demansionati, a partire dal 1° gennaio 2004.

L’Alta Corte ha ritenuto fondate le argomentazioni contenute nei verdetti di primo e secondo grado, secondo cui risultava provato che i lavoratori, i quali svolgevano mansioni tecniche di “perito”, implicanti il coordinamento di dipendenti di livello inferiore, erano stati assegnati a “mansioni elementari dequalificanti” dopo la soppressione del servizio telex, nonostante le attività svolte consentissero il riconoscimento di un inquadramento di livello superiore, come specialisti.

Una circostanza che, considerato il lungo periodo di tempo  trascorso nello svolgimento di mansioni dequalificanti e la sicura perdita di professionalità difficilmente recuperabile  a causa del mancato esercizio e delle innovazioni tecnologiche intervenute nel frattempo, ha fatto concludere che fosse condivisibile la decisione della Corte d’Appello di Milano di parametrare il danno non patrimoniale nella misura di una mensilità di retribuzione per ogni anno in cui si era verificato il demansionamento.

Nel considerare corretto questo orientamento, la Cassazione ha confermato che compete al giudici di merito non solo ogni accertamento e la valutazione di fatto circa la concreta sussistenza del danno, ma anche la sua liquidazione, che può essere contestata “solo per vizio di motivazione”, vale a dire nei casi in cui non sia accertato il demansionamento.

Da ciò, la decisione dell’Alta Corte di respingere il ricorso dell’azienda, che aveva contestato l’effettiva dequalificazione dei lavoratori, sottolineando come la retribuzione può essere “assunta, nell’ambito di una valutazione necessariamente equitativa, a parametro del danno da impoverimento professionale derivato dall’annientamento delle prestazioni proprie della qualifica”.