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Ape sociale. Ampliamento della platea?


Piccinini (Inca): La grande illusione   
  

di Lisa Bartoli 


“Per capire quanto le promesse fatte dal governo sull’allargamento della platea di Ape sociale si traducano effettivamente in una vera opportunità aggiuntiva, forse bisogna fare un passo indietro e partire dalla gestione delle domande di indennità già presentate”. A sostenerlo è Morena Piccinini, presidente Inca, che traccia un bilancio “quasi” definito, quando manca qualche giorno (30 novembre) alla conclusione della prima fase di sperimentazione  dell’indennità di anticipo pensionistico a 63 anni, a carico dello Stato, rivolta – lo ricordiamo -  a disoccupati, disabili, addetti ad attività gravose e per coloro che assistono familiari non autosufficienti. Al momento, risultano accolte 22 mila richieste, mentre 44 mila sono state respinte. L’operazione di riesame, ottenuto solo dopo una richiesta fortemente sollecitata dal Patronato della Cgil, dovrebbe concludersi senza cambiare significativamente il saldo finale. Risultato: su circa 66 mila domande complessivamente presentate  meno della metà, con molta probabilità, avrà riconosciuto il diritto all’indennità di anticipo pensionistico, mentre i restanti rimarranno a bocca asciutta.

Questo significa che dei 330 milioni di euro stanziati nel 2017 per una platea previsionale di circa 60 mila lavoratori ne rimarrebbe inutilizzata la maggior parte. “Una bella sforbiciata – commenta Piccinini – che decreta il fallimento di una misura, tanto attesa per attenuare, almeno in parte, gli effetti dell’innalzamento automatico infinito dell’età pensionabile, unico in Europa. E non basteranno neppure gli impegni assunti dal Governo nel confronto conclusivo con i sindacati per ‘ribilanciare’ il saldo in favore di una effettiva estensione del diritto”.

In altre parole, considerando gli ostacoli interpretativi sull’applicazione della norma - che permangono - l’inserimento di altre 4 categorie di attività gravose (marittimi, operai e braccianti agricoli, siderurgici, addetti alla prima e seconda fusione, lavoratori del vetro, addetti ad alte temperature e ai pescatori) e il riconoscimento alle lavoratrici madri di un beneficio di un anno di anticipo pensionistico per ciascun figlio, fino a un massimo di due, non basteranno per garantire ad un numero più ampio l’accesso all’indennità. “Anzi – avverte Piccinini -; la scelta del governo di non inserire l’allargamento della platea di Ape sociale nell’emendamento sulle pensioni alla legge di Bilancio, aspettando di verificare quanti risparmi si siano realizzati nella prima fase di sperimentazione, supporta piuttosto l’idea che alla fine la platea dei beneficiari resterà immutata. Il saldo, quindi, si tradurrebbe in una ‘grande illusione’, sia per i primi che hanno presentato la domanda sia per coloro che si illudono di poterci rientrare con l’allargamento, azzerando definitivamente per entrambi le rispettive aspettative”.

Una previsione, per Inca, fortemente supportata dal fatto che ancor oggi, a distanza di oltre 7 mesi dal Decreto istitutivo di Ape sociale, permangono numerosissime criticità sull’applicazione delle norme che hanno portato all’esclusione, piuttosto che all’inclusione, di troppi lavoratori e lavoratrici, potenzialmente aventi diritto.

I dubbi sulla conservazione dello stato di disoccupazione

In particolare, spiega l’Inca, per quanto riguarda i disoccupati, l’Inps ha solo parzialmente risposto ad alcune problematiche: il riesame d’ufficio delle domande respinte sta riguardando solo coloro che dopo aver usufruito della Naspi si sono rioccupati per un periodo pari o inferiore a 6 mesi, mentre “immotivatamente” sta escludendo quelli che hanno superato tale limite di tempo, pur percependo redditi inferiori al limite minimo escluso da imposizione fiscale (vale a dire 8 mila euro annui), che consente comunque di mantenere l’iscrizione nelle liste dei disoccupati. “Nell’incontro con i tecnici dell’Inps – riferisce l’Inca – l’Istituto ha mantenuto una posizione di chiusura, affermando che il criterio del reddito non sarà tenuto in considerazione e che tutti coloro che si sono rioccupati con un contratto di lavoro di durata superiore a sei mesi, non avranno accesso alle prestazioni di Ape e Precoci, salvo successivi e futuri approfondimenti”.

Stesso discorso sembra valere per quei disoccupati, ai quali sia stato sospeso il pagamento dell’ammortizzatore sociale, a seguito della sottoscrizione di un contratto di lavoro a tempo determinato. In questi casi, “l’Istituto continua a respingere le domande smentendo addirittura sé stesso”, avverte l’Inca. Infatti, risale all’11 luglio scorso il messaggio n. 2884 nel quale l’Inps dava una interpretazione estensiva precisando  che, per i lavoratori precoci  “non preclude l’accesso all’Ape sociale e all’anticipo pensionistico l’eventuale sospensione della prestazione per la disoccupazione fermo restando, in ogni caso, che al momento della domanda di riconoscimento delle condizioni per l’accesso, il richiedente abbia concluso di fruire integralmente della prestazione per la disoccupazione spettante” (…). “Si può far riferimento, a titolo esemplificativo – spiegava l’Inps nel messaggio -, ai casi in cui l’erogazione della prestazione di mobilità ordinaria viene sospesa per i giorni in cui il lavoratore svolge attività di lavoro subordinato a tempo parziale o a tempo determinato”.

Ancora restrittiva la valorizzazione della contribuzione estera

Altrettanto problematica resta la questione della valorizzazione dei contributi versati all’estero che, in un primo momento, su indicazione del Ministero del Lavoro, l’Inps aveva escluso dal calcolo dell’anzianità contributiva richiesta per l’Ape sociale e lavoratori precoci, pur essendo tale interpretazione in contrasto con il regolamento comunitario  n. 883/2004.  La posizione è stata successivamente corretta e sempre dietro indicazione ministeriale, l’Inps, nella nota del 6 ottobre (n. 6956), ha precisato che il ripensamento è scaturito non già dal riconoscimento del diritto, ma dalla disponibilità delle risorse finanziarie residue. Coerentemente, quindi, l’Istituto previdenziale, nel messaggio n. 4170 del 24 ottobre scorso, ha poi ulteriormente aggiunto che l’estensione riguarderà soltanto le domande presentate dopo il 16 luglio. In sostanza, chi si è visto respingere la richiesta, sulla base della prima interpretazione restrittiva, ha davanti a sé una unica possibilità, cioè quella di ripresentare la domanda. L’Istituto previdenziale, nella riunione del 31 ottobre ha, infatti, ribadito che non saranno accolte le richieste presentate prima del 16 luglio e ha invitato i Patronati a presentare una nuova istanza entro il 30 novembre , per farle rientrare nel secondo monitoraggio, assicurando comunque la decorrenza del diritto dal 1° maggio.

Domande respinte dei dipendenti pubblici

Secondo quanto risulta all’Inca, continuano, inoltre, ad essere respinte le  domande dei dipendenti pubblici, soprattutto insegnanti, per “carenza di contribuzione certificata dal datore di lavoro”. Il motivo del diniego, spiega il Patronato della Cgil, scaturisce dal fatto che la maggior parte delle sedi Inps non attiva le procedure previste per l’aggiornamento la sistemazione e il consolidamento delle posizioni assicurative; operazione necessaria per accedere all’Ape sociale o per aver diritto all’anticipo come lavoratore precoce. Sull’argomento, a parte l’impegno verbale dell’Istituto previdenziale di intervenire sulle amministrazioni, assicurato nell’incontro tecnico con i Patronati del 31 ottobre, nulla c’è di fatto e le richieste continuano ad essere rifiutate.

Respinte anche quelle di coloro che maturano i requisiti entro il 31/12/2017

Nell’alveo delle incertezze restano le domande respinte di Ape sociale di chi ne ha fatto richiesta entro il 15 luglio e che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2017, in via “prospettica”, così come previsto dal decreto n. 88 del 23 maggio scorso, per i quali mancano ancora le indicazioni ministeriali.     

Giacciono al Ministero del lavoro 12 mila domande respinte degli addetti ad attività gravose

A questo elenco di criticità si aggiungono quelle riguardanti le migliaia di domande respinte dei lavoratori gravosi con motivazioni talmente generiche da impedire anche una eventuale richiesta di riesame entro il termine perentorio di 30 giorni, tanto meno un ricorso amministrativo, denuncia Inca. Sull’argomento, il Ministero del lavoro, dopo la pubblicazione del dossier del Patronato della Cgil sulle troppe domande respinte di Ape sociale, aveva fatto delle aperture per ripescarne un numero consistente. Nell’incontro del 31 ottobre scorso, i Patronati erano stati informati che l’Inps avrebbe inviato un elenco di 12.000 domande respinte  al Ministero del lavoro,  Inail e Anpal. “Ad oggi tutto tace – osservano all’Inca -. Per ora, resta solo l’impegno di Inps di riesaminare d’ufficio solo quelle che dovessero passare positivamente il vaglio dei tre enti coinvolti”.

“Rispetto a tutte queste incertezze – sottolinea la Presidente dell’Inca -, l’unico punto fermo resta l’invito di Inps e Ministero del Lavoro a ripresentare nuovamente le domande, senza curarsi della confusione che ne deriva e dell’aggravio che sta ricadendo soprattutto sui lavoratori e lavoratrici, costretti a ripresentare le richieste già perfezionate solo perché l’Inps si rifiuta di ritenere valido quello che è già in suo possesso e quindi sufficiente per l’accoglimento, mandando in fumo il lavoro già svolto in tanti mesi”.   “Non è che lavorando tutti il doppio e continuando a far girare i lavoratori tra tanti uffici si trasmetta il senso dell’efficienza – avverte Piccinini -; anzi, siamo convinti che proprio questo accanimento sia funzionale a nascondere gli errori fatti fino ad ora e a dare l’impressione di aver vagliato tante istanze, celando che sono le stesse ripresentate più volte”.