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Licenziamento "pretestuoso"


Cassazione: reintegro e risarcimento del danno non patrimoniale

di Lisa Bartoli 

Il licenziamento di un dipendente per giustificati motivi oggettivi è illegittimo quando si prova che l’esternalizzazione della funzione cui era adibito sopravvive ben oltre il provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro. E’ quanto ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 25649 del 27 ottobre, che ha rigettato il ricorso di un’azienda che era stata condannata dalla Corte d’Appello di Roma a reintegrare un tecnico informatico e a pagargli il risarcimento del danno non patrimoniale patito per il recesso illegittimo. La sentenza impugnata ha accertato, infatti, che il sistema informatico gestito dal lavoratore continuò ad essere utilizzato in azienda fino a quasi due anni dopo il licenziamento. Un fatto che smentiva la “improcrastinabile riorganizzazione del servizio”, cui si era appellata l’azienda per emettere il provvedimento di licenziamento.

La Cassazione, approvando la ricostruzione fatta dalla corte d’Appello di Roma, ha sottolineato anche il carattere “pretestuoso” della risoluzione del rapporto di lavoro sottolineando il fatto che in prossimità del licenziamento l’azienda aveva assunto un altro dipendente da adibire allo stesso lavoro. L’Alta Corte ha quindi rigettato la tesi datoriale, secondo la quale si trattava di “lavoratori assunti non in pianta stabile e in ruolo, in ogni caso, differenti da quelli svolti dal dipendente”, puntualizzando che “il giustificato motivo oggettivo di cui all’art. 3 legge 604 del 1966 deve essere valutato sulla  base degli elementi di fatto realmente esistenti al momento della comunicazione del recesso e non su circostanze future ed eventuali”.

Da ciò la  conferma della condanna di secondo grado anche per la parte che dispone il risarcimento dei danni non patrimoniali in favore del dipendente, in ragione delle pressioni subite, esercitate dall’azienda per costringerlo ad accettare la risoluzione del rapporto di lavoro, che configurano il carattere “persecutorio e vessatorio del licenziamento”. Orientamento già espresso in altre circostanze dalla Cassazione con il richiamo al rispetto del regime di tutela dello Statuto dei Lavoratori (ex legge 300/70), laddove si ammette il risarcimento nell’ipotesi di “licenziamento ingiurioso oppure persecutorio o vessatorio”, così come è stato ravvisato nella sentenza della Corte d’Appello di Roma.