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Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro


Vita dura per i Rappresentanti dei lavoratori 


di Lisa Bartoli

A quasi dieci anni dall’approvazione del d.lgs. n. 81/08 sono ancora notevoli le difficoltà dei Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza (Rls) nell’assumere un ruolo attivo per la prevenzione e il miglioramento  delle condizioni di lavoro. E’ quanto emerge dallo indagine sui “modelli partecipativi aziendali e territoriali per la salute e la sicurezza sul lavoro”, finanziata da Inail e realizzata, per la prima volta, con il coinvolgimento diretto di Cgil, Cisl e Uil nazionali.

Uno studio complesso, affidato al Politecnico di Milano, in collaborazione con l’Università di Perugia, che traccia un quadro generale fatto di luci, ma anche di molte ombre. Nella maggior parte delle aziende, il Rappresentante dei lavoratori alla sicurezza è ancora oggi ostacolato da diversi fattori che impediscono l’affermazione di un ruolo attivo e partecipativo, soprattutto a causa di sistemi di gestione  di salute e sicurezza su lavoro, ritenuti  “immaturi”, che “limitano i diritti di informazione, consultazione e partecipazione, ovvero gli assi portanti di un sistema di prevenzione condiviso”.

Dalle interviste condotte su un campione di 2.109 Rls aziendali, 115 Rls territoriali e 10 Rls di Siti Produttivi (RlsSP) emergono 4 profili di modelli partecipativi per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro:

·        Bloccato, considerato nella scala dei valori il più immaturo. In queste realtà, il Rls ha un ruolo marginale e sono garantiti solo gli aspetti formali.

·        Divergente: in questo modello, il Rappresentante alla sicurezza dei lavoratori è apparentemente coinvolto nei processi di gestione, ma all’interno di un sistema adottato dall’azienda di tipo burocratico e poco strutturato. Il suo ruolo è quindi frustrato nelle sue possibilità di contribuire nei processi di prevenzione.

·        Incompiuto, è il modello improntato al miglioramento continuo, ma non contempla un contributo attivo del Rls, il quale è a conoscenza dei programmi aziendali, ma riveste un ruolo marginale.

·        Virtuoso, il quarto e ultimo modello a cui si dovrebbe tendere, dove si registra un alto livello di maturità sia del Sistema di gestione per la sicurezza nei luoghi di lavoro che del Rls, con il riconoscimento del suo ruolo propositivo, in una logica di relazione virtuosa.

Contrariamente a quel che si è indotti a pensare, secondo questa classifica, il modello bloccato è di gran lunga più frequente nella pubblica amministrazione (53%), dove solo il 22% delle unità produttive ha raggiunto un modello partecipativo virtuoso. Nel settore privato la percentuale dei modelli “immaturi” tocca il 42% delle aziende coinvolte nell’indagine. In ogni caso, complessivamente, per quasi la metà delle realtà produttive pubbliche e private, comprese nel campione, il sistema partecipativo virtuoso resta ancora un percorso non praticato.

Una realtà che si riflette sulle difficoltà denunciate dai Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza di partecipare attivamente nei processi di prevenzione dei rischi: il 42% degli intervistati dichiara, infatti, che “pochi o nessun lavoratore è in condizione di contribuire” a promuovere “azioni di miglioramento per la salute e la sicurezza”. Ma non basta. Quando si verificano infortuni, solo nel 44% dei casi vengono analizzati tutti gli eventi, nel 18% la maggior parte, nel 10% solo alcuni eventi, nel 15% solo quelli più gravi, mentre nel 13% dei casi non viene effettuata alcuna analisi. Secondo gli intervistati, nel 38% dei casi è prevista una registrazione formale di tutti i tipi di incidente e di evento.

Ciò accade, nonostante la percezione dei rischi per la salute sul lavoro sia molto alta tra i Rls (circa l’80% del campione): per il 60% di loro lo stress lavoro-correlato è al primo posto della classifica, seguito dai rischi biomeccanici ed ergonomici (45%), fisici (39%) e da quelli collegati ai videoterminali (35%). Per il 56% degli intervistati i sopralluoghi da parte dei responsabili della salute e sicurezza negli ambienti di lavoro sono effettuati, ma per quasi un terzo non sono mai svolti oppure vengono effettuati solo dopo incidenti gravi o casi di malattie professionali (17%).

Una situazione che chiama in causa la qualità e la quantità dell’attività di formazione, cui hanno diritto i Rls per svolgere appieno il ruolo loro assegnato. Se quella di  base è pressoché garantita alla quasi totalità del campione intervistato, ma con una percentuale di soddisfazione che si attesta al 58%, la formazione continua (in aggiunta a quella obbligatoria) interessa poco più la metà dei Rls (53%), mentre il 31% dichiara di non averne mai fatta.  E comunque, nell’80% dei casi non sono previsti incentivi reali per incoraggiare la frequenza dei corsi finalizzati alla riduzione dei rischi.

Rischi che, per espressa previsione di legge (art.li 17, 28 e 29 Do.Lgs 81/08),  dovrebbero essere indicati con precisione nel Documento di valutazione (Dvr), nel quale è contenuta una relazione dettagliata sui pericoli connessi all’attività svolta dall’azienda, da mettere a disposizione di tutti coloro che hanno responsabilità sulla materia, compresi i Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza. Per i datori di lavoro, si tratta, perciò, di un obbligo, anche sanzionabile in caso di inadempienza, che, tuttavia, alla prova dei fatti, non è per tutti i Rls consultabile o addirittura comprensibile.

Dall’indagine emerge che nonostante l’accesso al Dvr sia garantito alla maggior parte dei Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza (72% del campione, con facilità e un altro 18%, pur con qualche difficoltà), le informazioni in esso riportate “presentano criticità rilevanti”. Per il 37% degli intervistati, è difficile reperire una copia completa del documento; mentre per un altro 26%, la scarsa intellegibilità è indicata tra le criticità più importanti. Ancor più negativo è il giudizio di chi dichiara il Dvr “obsolescente” (25% del campione) o insufficiente per “la mancata valutazione di tutti i rischi” (16%). E’ evidente che c’è una diffusa percezione della inadeguatezza del Documento di valutazione dei rischi. Un aspetto che, secondo l’Inca, si riflette anche sulla insufficiente azione di tutela dei lavoratori e sulla dimensione assai irrisoria dei riconoscimenti delle malattie professionali da parte di Inail (secondo l’ultimo rapporto, quest’ultimo dato si attesta al 34% delle denunce).  

“Il quadro complessivo che emerge dall’indagine – commenta Silvino Candeloro, del collegio di presidenza di Inca – conferma come sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ci sia molto da fare.  Molte aziende ancor oggi non collaborano abbastanza per fare crescere una nuova cultura della prevenzione. Sarebbe auspicabile, invece, che da parte di tutti gli attori, a vario titolo coinvolti, ci fosse maggiore consapevolezza dell’importanza di queste materie. Se il sistema partecipativo virtuoso diventasse una pratica diffusa in tutte le realtà produttive avremmo dei risultati davvero positivi anche sull’andamento degli infortuni e delle malattie professionali che non a caso continuano  a rappresentare una piaga molto estesa”.

Per Candeloro, “la sottostima delle patologie da lavoro e le difficoltà nel denunciare gli infortuni sono il prodotto anche di politiche industriali inadeguate, improntate a incentivi a pioggia in favore delle imprese, senza un’attenzione appropriata sulle condizioni reali di lavoro e senza un modello premiante per quelle realtà produttive che invece pongono al primo posto il rispetto della salute dei lavoratori”. “Se lo si mettesse in pratica – conclude – avremmo meno morti bianche e meno tensioni sociali”.