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Immigrazione

Requisiti per il diritto all’assegno sociale

Con il messaggio n. 3239 del 4 agosto scorso, l’Inps ha chiarito alcuni aspetti relativi ai requisiti di cittadinanza, soggiorno decennale e residenza per il riconoscimento dell’assegno sociale e alla documentazione estera che i cittadini extracomunitari devono produrre per la domanda. 

Per quanto riguarda la cittadinanza, le indicazioni ribadiscono che sono equiparati ai cittadini italiani:

• i cittadini della repubblica di San Marino; 
• i cittadini Comunitari e degli Stati appartenenti allo Spazio economico Europeo (Norvegia, Islanda, Liechtenstein) e gli Svizzeri iscritti all’anagrafe del comune di residenza dopo tre mesi di permanenza in Italia ed i loro familiari anche non comunitari che soggiornano legalmente sul territorio nazionale; 
• gli stranieri o apolidi in possesso della qualifica di rifugiato politico o di ammissione allo status di protezione sussidiaria ed i loro coniugi ricongiunti; 
• gli extracomunitari in possesso del permesso UE per soggionanti di lungo periodo. 

Su tale ultimo punto, l’Inps si allinea alle affermazioni della Corte di Cassazione che, con la sentenza 22261/2015, ha ritenuto applicabile la norma di cui all’articolo 80, comma 19, L.388/2000 che prevede il possesso della carta di soggiorno ora Permesso UE-SLP da parte dei cittadini Extracomunitari richiedenti l’assegno sociale. Tale titolo di soggiorno, secondo la Corte, è indicativo del “radicamento sul territorio “ ed essendo l’assegno sociale una prestazione svincolata da uno status di invalidità “..non investe la tutela delle condizioni minime di salute o gravi situazioni di urgenza”. 

A proposito del mancato riconoscimento della prestazione di welfare agli immigrati sprovvisti della Carta per lungosoggiornanti, l'Inca ricorda una importante sentenza della Corte d'Appello di Firenze che riconosce il beneficio della prestazione assistenziale anche ad una cittadina straniera titolare di permesso di soggiorno semplice, sulla base del presupposto che il requisito del possesso della carta di soggiorno sia da ritenersi superato dal successivo requisito del soggiorno legale e decennale in Italia, introdotto dalla normativa del 2008. Un orientamento che il Patronato della Cgil ha più volte sottolineato anche in sede giudiziaria ottenendo risultati importanti che sottolineano "il carattere discriminatorio della esclusione".  

Per ciò che concerne il requisito dei 10 anni di soggiorno legale e continuativo sul territorio nazionale, previsto all’articolo 20 della legge 112/2008 (circ. Inca 216/2008), l’Inps non afferma nulla di nuovo ma, più volte sollecitata dai patronati del CE.PA a seguito di comportamenti difformi da parte delle sue sedi territoriali, ribadisce che i 10 anni continuativi: 

• sono temporalmente individuabili in qualsiasi momento della vita prima della richiesta dell’assegno sociale; 
• non sono richiesti in sede di trasformazione in assegno sociale sostitutivo delle prestazioni di invalidità civile e sordità. 
• se sussistenti al momento della domanda sono definitivi e non più verificabili tranne nei casi in cui “subentrino informazioni che mettano in dubbio la fondatezza dell’accertamento”.

Secondo l'Inca, su tale ultimo punto vale la pena precisare che la possibilità da parte dell’Inps di riverificare il requisito per dubbi sulla fondatezza dell’accertamento potrebbe realizzarsi solo nel caso di cittadini Italiani visto che i rifugiati politici e gli extracomunitari o apolidi devono presentare il titolo rilasciato dall’Autorità competente, i cittadini Comunitari, dal 2007, la documentazione relativa all’iscrizione all’anagrafe del Comune di residenza ed i titoli di soggiorno per i periodi precedenti mentre solo per i cittadini Italiani, al fine di documentare il soggiorno per 10 anni sul territorio nazionale, è prevista anche la possibilità di presentare la dichiarazione sostitutiva ai sensi del DPR 445/2000. 
 
In merito al requisito della residenza sul territorio nazionale ai fini del diritto all’assegno sociale l’Inps si era già espressa con il messaggio 12886 del 4 giugno 2008 con il quale indicava come perfezionamento del requisito della residenza la dimora effettiva, stabile ed abituale e prevedeva la sospensione dell’assegno in caso di permanenza all’estero per un periodo superiore ad un mese e la revoca se l’interessato non fosse rientrato in Italia decorso un anno dalla sospensione. Con successive indicazioni interne (vedi circolare Inca 196/2008) l’Inps disponeva che il mese di allontanamento dal territorio nazionale poteva essere raggiunto sommando più periodi di allontanamento inferiori ad un mese. 

"Pur avendo più volte chiesto alla Direzione centrale di Inps di modificare queste indicazioni - riferisce l'Inca - applicando la sospensione dell’assegno sociale nei casi di allontanamento dall’Italia per un periodo superiore a 6 mesi come previsto per le prestazioni di invalidità civile, con il messaggio l’Istituto ritorna sull’argomento confermando in linea generale i contenuti del messaggio 12886 e apportando le seguenti modifiche: 

• l’assegno sociale è sospeso trascorsi 29 giorni continuativi di allontanamento dall’Italia, tranne nei casi in cui la permanenza all’estero sia dovuta a gravi motivi sanitari documentati;

• la sospensione, con recupero della prestazione; decorre dal 1 giorno del mese di trasferimento; 

• trascorso un anno dalla sospensione la prestazione viene revocata. 

Per Inca, il messaggio di Inps non chiarisce se nei casi di permanenza all’estero a cavallo di due mesi per un periodo di 30 giorni venga decurtata una parte della prima e della seconda mensilità o se invece sia recuperata l’intera mensilità del primo o secondo mese anche se solo parzialmente interessato dall’allontanamento. Invece, è chiaro che la continuità del soggiorno all’estero per periodi superiori a 29 giorni permette al titolare di assegno sociale di allontanarsi più volte dall’Italia per periodi inferiori al suddetto limite senza incorrere nella sospensione. 
I cittadini Extra-comunitari, al fine di dimostrare il possesso dei requisiti sopra esposti, possono avvalersi delle dichiarazioni sostitutive di cui agli artt.46 e 47 del DPR 445/2000, solo se le stesse dichiarazioni sono riferite a situazioni certificabili o attestabili da soggetti pubblici italiani fatte salve le diverse speciali disposizioni in vigore in materia di immigrazione. Laddove i soggetti pubblici Italiani non possano rilasciare le suddette certificazioni o attestazioni queste saranno rilasciate dalla competente autorità dello Stato estero e tradotte dall’Ambasciata Italiana che oltre a confermarne la conformità agli originali informerà gli interessati sulle conseguenze penali in caso di “produzione di atti e documenti non veritieri”. 

Per Inca risulta assai incerto il quadro relativo alla documentazione che il cittadino extracomunitario deve produrre per accedere alla richiesta di assegno sociale, per quanto riguarda la dimostrazione degli status personali e della situazione patrimoniale all'estero. "Mentre per il cittadino italiano basta una semplice autocerficazione - spiega il patronato della Cgil -, allo straniero viene spesso richiesto il deposito di certificazione relativa ai redditi nel Paese di origine. Tutto questo però produce inevitabili disagi, vuoi per la complessità di accedere a informazioni in Paesi con sistemi di anagrafe tributaria deficitari, con burocrazie inefficaci, vuoi perchè la documentazione richiesta in Italia non ha spesso un equivalente all'estero".
 
A proposito della documentazione necessaria, l'Inca inoltre segnala due diverse sentenze: la prima della Corte di Appello di Bologna (sentenza 825/2015) che dichiara insufficiente, ai fini del beneficio della prestazione previdenziale, una semplice attestazione dell'Istituto di Previdenza del Senegal da cui risulta che il richiedente non beneficia di alcuna pensione erogata da tale Istituzione. La seconda, di opposto tenore, emanata del Tribunale di Brescia (167/2016), che valuta come ammissibile il ricorso all'autocertificazione anche con riguardo ai redditi prodotti all'estero dallo straniero, di modo che anche lo straniero possa fare ricorso all'autocertificazione in termini non diversi dal cittadino italiano. 

"Va ricordato - spiega l'Inca - che il presupposto della 'dichiarazione sostitutiva di certificazione', di cui all'art. 46 DPR 445/2000, è che i dati autocertificati dal singolo sono comunque nella disponibilità dell'Amministrazione italiana e la legge disciplina accuratamente le modalità con cui la Pubblica Amministrazione perviene all'accertamento d'ufficio delle informazioni fornite dal privato ('richiesta di controllo' o accesso diretto agli atti); cosa che però non è possibile fare per quanto riguarda i dati a disposizione delle Amministrazioni straniere. Di conseguenza è il sistema stesso delle autocertificazioni a diventare ben poco fattibile, valga questo tanto per il dichiarante italiano quanto per quello straniero".
 
"Per quanto riguarda la traduzione dei documenti provenienti dall'estero - fa notare Inca -, l'Inps fa riferimento alla sola possibilità di effettuare tale traduzione presso le nostre rappresentanze diplomatiche all'estero, dimenticando che esiste anche una possibilità diversa e meno dispendiosa presso il tribunale competente qui in Italia, a seguito di traduzione giurata (vedi nostra guida sulla 'Legalizzazione dei documenti esteri').