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Diritto europeo


Assegni familiari a extracomunitari senza "Carta" 



di Lisa Bartoli

 
Il cittadino di un paese extracomunitario, con un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ha diritto all’Assegno per i nuclei familiari numerosi (Anf)  anche senza il titolo per lungosoggiornanti. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza del 21 giugno (causa C-449/2016), respingendo l’interpretazione restrittiva applicata dall’Inps con la quale giustifica, sempre più spesso, la negazione del diritto alle prestazioni di welfare.

Secondo l’Istituto previdenziale italiano, l’Anf (istituito dalla legge n. 448/98) spetta solo  e unicamente ai rifugiati politici o beneficiari della protezione sussidiaria e ai titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Non è così per la Corte di giustizia europea che, per l’ennesima volta, ribadisce come tale beneficio sia “riconducibile alle prestazioni familiari di cui al regolamento dell’Unione sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale”; orientamento espresso nella direttiva 2011/98/UE, laddove si afferma che “i cittadini di Paesi non UE, ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi a norma del diritto dell’Unione o del diritto nazionale devono, in particolare, beneficiare della parità di trattamento rispetto ai cittadini di detto Stato” .

Il caso è arrivato ai giudici dell’Unione dopo il ricorso avviato da una donna di un Paese terzo, residente a Genova, con tre figli minori a carico, titolare di un permesso unico per lavoro superiore a 6 mesi, alla quale l’Inps aveva rigettato la richiesta dell' assegno previsto in favore dei nuclei familiari numerosi. In prima istanza, il Tribunale del capoluogo ligure aveva dato ragione all’Inps, ma in secondo grado, il giudice ha ritenuto necessario sospendere il procedimento chiedendo al contempo un parere alla Corte europea per verificare se l’interpretazione dell’Inps fosse coerente con il diritto dell'Unione europea.

A distanza di un anno, dall’inizio dell’iter giudiziario, è arrivato il verdetto finale nel quale si ribadisce che “il diritto alla parità di trattamento costituisce la regola generale” del regolamento UE. Le deroghe, pur previste dalla direttiva, si spiega nel dispositivo, a cui possono ricorrere gli Stati membri per limitare questo principio (art. 12 della direttiva 2011/98/UE) non sono, comunque applicabili “per quelli che svolgono o hanno svolto un’attività lavorativa per un periodo minimo di sei mesi e sono registrati come disoccupati”. Peraltro, la facoltà di prevedere delle limitazioni al principio di parità di trattamento deve essere espressamente richiesta dallo Stato membro. Cosa che il nostro Paese non ha mai fatto.

Pertanto, conclude la Corte, il caso esaminato non rientrando tra gli ambiti di applicazione delle deroghe, fa emergere come le disposizioni della normativa italiana siano da considerare ostative rispetto al diritto dell'Unione.  La sentenza non risolve la controversia nazionale. La parola ora passa al giudice nazionale che dovrà emettere un dispositivo conforme alla decisione della Corte europea. In ogni caso, il pronunciamento vincola egualmente gli altri giudici nazionali che dovessero essere chiamati ad esaminare casi simili.