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Pensioni anticipate a 64 anni e 7 mesi


L’Inca annuncia ricorsi contro l’Inps

di Lisa Bartoli 


Una rondine non fa primavera:
dopo numerose insistenze, il 13 aprile l’Inps consegna alla Commissione Lavoro della Camera i dati sulle pensioni già liquidate in base all’articolo 24, comma 15 bis, del decreto legge n. 2014/2011, ma un mese dopo (il 17 maggio) diffonde un messaggio alle proprie strutture (non pubblicato sul sito istituzionale) confermando i criteri restrittivi per chi chiede di andare in pensione anticipata a 64 anni e 7 mesi, secondo la norma “eccezionale” per i nati nel 1952.

Senza alcun segnale di ripensamento, l’Istituto ribadisce ancora una volta che dal calcolo dell’anzianità contributiva, per coloro che risultano senza occupazione al 28 dicembre 2011, sono esclusi la “contribuzione  volontaria, l‘accredito figurativo per eventi che si sono verificati al di fuori del rapporto di lavoro dipendente del settore privato, da riscatto non correlato ad attività lavorativa”.  “Una decisione giudicata “grave e arbitraria” per Inca Cgil, che ha promesso di avviare ricorsi amministrativi e, se necessari, anche legali.  “La posizione di Inps  – spiega Morena Piccinini, presidente del Patronato della Cgil - non ha alcun supporto legislativo e non è neppure coerente con le intenzioni del legislatore che, al momento della stesura della norma, voleva ridurre le penalizzazioni di quanti, soprattutto donne, sarebbero rimasti intrappolati, senza la deroga,  dall’innalzamento brusco dei requisiti introdotti con la riforma della legge Monti-Fornero”.  

I dati dell’Inps indicano in 26.482 il numero delle pensioni liquidate, su una platea di potenziali aventi diritto alla pensione anticipata di 55 mila, così come indicati dalla stessa Commissione Lavoro della Camera nella seduta del 13 aprile. Operazione per la quale, già nella scorsa legislatura, erano state appostate le risorse necessarie. Più della metà, quindi, non ha potuto usufruire di questa agevolazione a causa dell’interpretazione restrittiva dell’Inps, che continua “pervicacemente”, sostiene l’Inca, a seguire la propria impostazione contro ogni ragionevole richiesta di ripensamento. Maria Luisa Gnecchi, della Commissione Lavoro della Camera si è dichiarata “indignata e scandalizzata della necessità di dovere ricorrere ad una proposta di legge specifica volta all’interpretazione autentica di una norma già chiara, la cui piena attuazione è stata impedita dall’Inps attraverso circolari”.

Sull’argomento, infatti, l’Istituto previdenziale è stato smentito almeno un’altra volta, quando ha preteso di applicare la deroga per i nati del 1952 solo a coloro che al 28 dicembre 2011 sarebbero risultati ancora dipendenti attivi (circolare n. 35/2012). Una interpretazione restrittiva, successivamente smentita dal ministero del lavoro che, con la  nota n. 13672/2016 inviata all’Inps, ha espressamente dichiarato l’estensione del diritto anche a coloro che a quella data non risultassero occupati, purché in possesso a quella data dei requisiti richiesti (20 anni di contribuzione per le pensioni di vecchiaia e 35 anni per le pensioni anticipate) .

L’Inps recepisce l’orientamento ma chiede di fatto ai disoccupati al 28 dicembre 2011 di pagare un prezzo per poter esercitare il loro diritto. Infatti, con la circolare n. 196/2016, l’Istituto stabilisce che solo per loro vale la regola di escludere dal computo dell’anzianità contributiva i versamenti volontari, figurativi per servizio militare, maternità fuori dal rapporto di lavoro, disoccupazione indennizzata, mobilità, nonché i periodi di riscatto per il conseguimento del titolo di studio (circolare n. 196/2016). “Così facendo  - spiega ancora Piccinini – crea una divisione illegittima  e profondamente ingiusta tra chi era a quella data occupato e chi invece non lavorava. I più fortunati potranno valorizzare tutta la contribuzione anche figurativa, quelli, soprattutto donne, meno avvantaggiati rischiano di vedersi scippare sotto il naso il loro diritto, nonostante le espresse intenzioni del legislatore”.