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Diritto del lavoro

Licenziamento lavoratore disabile: “giusta causa” da dimostrare  

Il Tribunale di Bologna dispone reintegro di una lavoratrice


di Lisa Bartoli 

Il lavoratore disabile merita una particolare tutela e prima del licenziamento vanno verificate tutte le possibilità per una sua ricollocazione in azienda. E’ questo in estrema sintesi quanto ha stabilito il Tribunale di Bologna nella sentenza n. 3508/2017, che ha disposto il reintegro di una lavoratrice, centralinista, condannando l’azienda anche al pagamento di una indennità risarcitoria, commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto, dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, per un massimo di dodici mensilità, dedotto quanto eventualmente percepito nel periodo di svolgimento di altre attività lavorative, oltre al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali maggiorati degli interessi nella misura legale.

Il Tribunale, pur sottolineando che la legge 68/99 nono vieta il licenziamento di una persona disabile per giusta causa o per giustificato motivo, ha voluto rimarcare l’esistenza di “una tutela particolare”, tesa a “ricercare effettivamente ogni possibile soluzione utile a scongiurare la perdita del posto di lavoro”, in quanto il “disabile, ancor più di un lavoratore abile, troverà difficoltà difficilmente sormontabili per essere nuovamente assunto”.

Con questa motivazione, il Tribunale ha anche confutato quanto sostenuto dall’azienda che, nel difendere la propria decisione di licenziare la lavoratrice disabile, ha presentato un quadro economico critico e il relativo piano di ridimensionamento dell’organico che ha colpito altri dipendenti. La sentenza, però, rileva che mentre per gli altri lavoratori l’azienda ha instaurato delle trattative per scongiurare il licenziamento, modificando orari di lavoro e  mansioni, per la centralinista disabile nessun tentativo di questo tipo è stato fatto. Da qui la decisione del tribunale di censurare tale comportamento, che farebbe invece prefigurare un “abuso da parte del datore di lavoro”.  Secondo la sentenza, il fatto che l’azienda abbia soppresso il posto di centralinista non fa emergere la “giusta causa del licenziamento”, poiché  dalla documentazione fornita dalla stessa lavoratrice, emerge la possibilità di una ricollocazione  ad altre mansioni di tipo impiegatizio che potevano esserle affidate.