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welfare negato agli immigrati


L’Inca vince altri ricorsi giudiziari

 

di Lisa Bartoli 


Mentre l’Inps continua a negare le prestazioni di welfare agli immigrati, regolarmente presenti in Italia, la giustizia, su sollecitazione dell’Inca, fa il suo corso segnando un orientamento ben diverso. Sull’argomento, l’attività di contenzioso del patronato della Cgil acquisisce altri due risultati importanti. Il primo è una ordinanza emessa dal Tribunale di Padova il 3 maggio con la quale si accoglie il ricorso promosso da una cittadina moldava contro la decisione della sede locale dell’Inps di negarle il Bonus Natalità (bebè) perché in possesso di un semplice permesso di soggiorno per motivi di “lavoro subordinato” e non del titolo per lungosoggiornanti (PS UE SLP). Il secondo ancor più rilevante consta in un’ordinanza della Corte Costituzionale riguardante il mancato riconoscimento dell’Assegno di maternità dei Comuni. Entrambi i dispositivi affermano che è discriminatorio subordinare il riconoscimento delle prestazioni di welfare al possesso del permesso di lungo periodo.          

In particolare, il Tribunale di Padova ha ritenuto infondate le motivazioni dell’Istituto previdenziale, in virtù delle quali, ancor oggi, nonostante numerose sentenze già emesse in altre sedi giudiziarie, limita il diritto alle prestazioni di welfare ai soli titolari di permesso di soggiorno per lungosoggiornanti. La sentenza, giudicando il comportamento dell’Inps di “natura discriminatoria”, richiama la Direttiva 2011/98/UE e in particolare l’articolo 12, laddove si precisa che i cittadini di paesi terzi ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi devono beneficiare dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano per quanto attiene alle prestazioni di “sicurezza sociale”, come definite dal Regolamento 883/04, fra le quali sono inserite quelle a sostegno di “maternità e paternità”. Secondo il verdetto, la norma è “precisa e  incondizionata” e non ha bisogno, per essere applicata, di “una norma interna che la recepisca”, determinando la “disapplicazione” di qualunque provvedimento legislativo che si ponga in contrasto con essa. 

Il tribunale aggiunge che condizionare il beneficio del Bonus natalità al possesso del titolo per lungosoggiornanti crea una “insanabile disparità di trattamento” fra italiani e stranieri. “E’ infatti evidente – precisano i giudici facendo proprie le osservazioni della Corte Costituzionale in tema di “invalidi civili” - che la necessità del permesso di lunga durata, rilasciato solo a particolari condizioni, viene di fatto ad introdurre requisiti ulteriori richiesti ai cittadini stranieri, incompatibili con la funzione di sostegno economico e familiare caratterizzanti la prestazione di cui sopra”. Sulla base di queste motivazioni viene pertanto riconosciuto il diritto ai ricorrenti, anche con titolo di breve durata a  percepire il Bonus Natalità pur sprovvisti del permesso per lungosoggiornanti.

All’ordinanza del tribunale di Padova ne è seguita un’altra della Corte Costituzionale (Ordinanza n. 95, depositata il 4 maggio 2017), chiamata ad esprimersi su alcune eccezioni di costituzionalità sollevate dai Tribunali di Reggio Calabria e di Bergamo, sollecitate dall’Inca, riguardanti il mancato riconoscimento dell’Assegno di maternità rilasciato dai Comuni, nel primo ricorso, ad alcuni cittadini di diverse nazionalità (Burkina Faso, Ghana, Marocco) e nel secondo, ad una donna eritrea, con un permesso di soggiorno per motivi umanitari. In ambedue i casi, l’Inps ha negato il beneficio utilizzando lo stesso criterio, ma la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile tale condotta anche “per omessa considerazione del diritto comunitario o nazionaleda parte dei giudici ricorrenti”.

La Consulta richiama il rispetto di diversi articoli della Costituzione italiana, della stessa Direttiva europea, dei singoli Trattati Europei, nonché della Carta dei diritto fondamentali dell’UE e, da ultimo, gli Accordi Euro-mediterranei, laddove stabiliscono il principio per cui le prestazioni assistenziali devono essere riconosciute anche ai cittadini stranieri regolarmente soggiornanti con in possesso titolo di soggiorno ‘semplice’. “La pronuncia della Corte Costituzionale – spiega Claudio Piccinini, coordinatore degli uffici immigrazione di Inca - si salda dunque con la sentenza del tribunale di Padova. Anche se le prestazioni da cui muovono i giudizi sono diverse (assegno di maternità in un caso, assegno di natalità nell'altro), è identico il ragionamento giuridico utilizzato per rimuovere le discriminazioni ai danni di titolari di permesso di soggiorno semplice".

Per il patronato della Cgil, il caso di Reggio Calabria è addirittura particolarmente interessante perché si riferisce ad una donna titolare di permesso di soggiorno per motivi umanitari, una condizione sempre più diffusa fra gli stranieri, ma normalmente poco considerata perché di natura “temporanea”. La Corte, in questo caso, ha osservato come il giudice rimettente non abbia considerato l’art. 34, comma 5, D.lgs n. 251 che “riconosce agli stranieri con permesso di soggiorno umanitario i medesimi diritti attribuiti dal decreto stesso ai titolari dello status di protezione sussidiaria, tra i quali, ai sensi dell’art. 27, comma 1, è annoverato il diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale e sanitaria”.

“L’insieme di queste pronunce rappresenta un orientamento giurisprudenziale coerente di grande valore – spiega Piccinini – che ci spinge ad andare avanti nella nostra attività di tutela dei diritti dei migranti fino a quando l’Inps non rivedrà le sue posizioni, peraltro ancora una volta riconfermate nell’ultima circolare applicativa per il riconoscimento del premio alla natalità introdotto con la legge di bilancio 2017.  Una decisione grave contro la quale abbiamo già depositato presso il Tar del Lazio un altro ricorso”.