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Pensioni


Consulta su “neutralizzazione" dei periodi di disoccupazione


“Quando il lavoratore possiede i requisiti assicurativi e contributivi per beneficiare della pensione, la contribuzione acquisita nella fase successiva non può determinare una riduzione della prestazione virtualmente già maturata”. Lo ha affermato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 82/2017, rispondendo alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale ordinario di Ravenna, sollecitate da un ricorso promosso dall'Inca, relative all’art. 3, ottavo comma, della legge 29 maggio 1982, n. 297 (Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica). In buona sostanza, la Suprema Corte, ha dichiarato la illegittimità della norma, nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di un lavoratore che abbia già maturato i requisiti assicurativi e contributivi per conseguire la pensione e percepisca contributi per disoccupazione nelle ultime duecentosessanta settimane antecedenti la decorrenza della pensione, la pensione liquidata non possa essere comunque inferiore a quella che sarebbe spettata al raggiungimento dell’età pensionabile, escludendo dal computo, ad ogni effetto, i periodi di contribuzione per disoccupazione relativi alle ultime duecentosessanta settimane, in quanto non necessari ai fini del requisito dell’anzianità contributiva minima”.  

“Tale principio, spiega la Consulta, è stato enunciato con riguardo alla contribuzione volontaria, sulla scorta della finalità caratteristica di tale forma di contribuzione, che si prefigge di ovviare agli effetti negativi, ai fini previdenziali, della mancata prestazione di attività lavorativa” e non può risolversi, con “paradossale risultato”, in un pregiudizio per il lavoratore (sentenza n. 307 del 1989). Richiamando altri pronunciamenti sull’argomento, la Consulta afferma di aver “censurato l’irragionevolezza di un meccanismo di determinazione della retribuzione pensionabile, che, pur preordinato a “garantire al lavoratore una più favorevole base di calcolo per la liquidazione della pensione, correlata all’ultimo scorcio della vita lavorativa, sia foriero di risultati antitetici e incida in senso riduttivo sulla pensione potenzialmente già maturata”.

Per la Corte Costituzionale “un meccanismo così strutturato entra in conflitto con i principi di proporzionalità fra trattamento pensionistico e quantità e qualità del lavoro prestato durante il servizio attivo (art. 36, primo comma, Cost.) e di adeguatezza delle prestazioni previdenziali (art. 38, secondo camma, Cost.)”. Lo stesso ragionamento vale per i periodi in cui il lavoratore è collocato in regime di integrazione salariale o disoccupazione, nei quali il soggetto “subisce la falcidia salariale imposta da eventi esterni alla sua volontà e, in ragione della norma censurata, accusa tale pregiudizio anche nel successivo trattamento pensionistico”. Concetto che è stato ripreso dalla sentenza n. 388 del 1995).

Nel solco tracciato dalle pronunce della Consulta, si è mossa anche la giurisprudenza di legittimità, oramai consolidata nel ribadire che “ogni forma di contribuzione, sopravvenuta rispetto al maturare dell’anzianità assicurativa e contributiva minima, deve essere esclusa dal computo della base pensionabile, ove tale apporto produca un risultato meno favorevole per l’assicurato (Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenze 25 marzo 2014, n. 6966 e 24 novembre 2008, n. 27879). Mentre sempre la Cassazione ha ritenuto che la neutralizzazione debba essere esclusa per quei periodi contributivi che concorrano ad integrare il requisito necessario per l’accesso al trattamento pensionistico (sentenze 28 febbraio 2014, n. 4868 e 26 ottobre 2004, n. 20732.   “Quando il diritto a pensione sia già sorto in conseguenza dei contributi in precedenza versati, conclude la Corte Costituzionale, la contribuzione successiva non può compromettere la misura della prestazione potenzialmente maturata, soprattutto quando sia più esigua per fattori indipendenti dalle scelte del lavoratore”.