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Politiche per le famiglie


La maternità alla prova dei bonus


di Lisa Bartoli  


“A voler essere ottimisti le politiche della famiglia somigliano a tante cartoline elettorali di diverso colore, utili solo a raccogliere consenso, ma del tutto inefficaci ad affrontare il tema della denatalità che affligge l’Italia, tanto meno a tracciare un organico sistema di sostegno reale per chi volesse avventurarsi in un qualsiasi progetto di riproduzione”. Senza tanti giri di parole, Morena Piccinini, presidente Inca, interviene nelle polemiche sui ritardi con cui l’Inps provvede ad adeguare le procedure telematiche per rendere realmente fruibile il premio alla nascita, introdotto con la legge di Bilancio 2017 in favore delle madri che partoriranno nel 2017, e guarda oltre. “L’assegno di 800 euro, sotto forma di una tantum, da riconoscere a partire dal 7° mese di gravidanza – spiega la Presidente Inca - è un ‘niente’ rispetto alle migliaia di euro che ogni famiglia spende per affrontare una maternità. Il problema non sono le procedure tardive, ma il nostro welfare che oramai fa acqua da tutte le parti”.   

Sotto accusa la logica dei “bonus” a pioggia e a prescindere, come è stato quello di 500 euro, indirizzato indistintamente ai diciottenni, siano essi ricchi o poveri, per favorire il loro apprendimento culturale, che ha alimentato invece uno scambio poco lodevole tra chi non ne aveva proprio bisogno. Con lo stesso spirito sono state scritte le norme sull’assegno alle future mamme e sul bonus nido di 1.000 euro. Inserite nell’ultima legge di Bilancio 2017, queste misure si vanno ad aggiungere a quelle già in vigore da diversi anni, incrociandole però, secondo Inca, in modo “pasticciato e spesso incomprensibile persino alle donne, lavoratrici e non, che dovrebbero usufruirne”.

Osservando nel dettaglio le prestazioni vigenti legate per varie ragioni alla maternità, i criteri di riconoscimento variano in modo sostanziale e addirittura contraddittorio, pur avendo la medesima finalità di sostenere la genitorialità, fino ad escludere proprio chi ne avrebbe veramente bisogno. Si è restrittivi sul bonus bebé di 80 euro o di 160 al mese per tre anni e per l’assegno ai nuclei familiari numerosi (di 141,30 euro mensili per 13 mensilità), subordinati a rigidi limiti reddituali, rappresentati dall’Isee,  mentre per il  voucher baby sitting questo indicatore scompare del tutto. Introdotto con la legge 92/2012, l’assegno di 600 euro mensili per un massimo di 6 mesi, prorogato fino al 2018, è un’alternativa al congedo parentale, riconosciuto a tutte le lavoratrici madri per aiutarle nelle spese per l’infanzia (asili nido o baby sitter), a prescindere dalle loro condizioni economiche. E’ invece, subordinato ad Isee l’assegno pagato dai Comuni di 338,89 euro mensili per 5 mesi, ma con parametri diversi da quelli richiesti per i bonus bebé e l’assegno ai nuclei familiari numerosi. Più circostanziato ancora è l’assegno di maternità pagato dallo Stato (di 2.086,24 euro), a cui potranno accedere lavoratrici occasionali,  precarie o in cassa integrazione, purché abbiano almeno 3 mesi di versamenti contributivi precedenti il parto.  

Le norme sono talmente frammentate e slegate tra loro, al punto che è prevista la possibilità, al quanto discutibile, alle destinatarie di ciascuna misura di fare più domande scegliendo tra i “bonus” che non sono incompatibili tra loro. Così si può sommare il premio alla nascita con il bonus bebé, oppure con il buono nido, in alternativa al voucher baby sitting. “Un percorso tortuoso e incomprensibile – osserva Piccinini - congeniale a chi ha già i mezzi per affrontare una gravidanza, piuttosto che a chi ha meno difese. A tutto questo si devono aggiungere le prestazioni di più vecchia data come le detrazioni fiscali e l’assegno al nucleo familiare, che rispondono a criteri a loro volta ancora diversi rispetto a quelli già evidenziati”. 

Insomma, un ginepraio di prestazioni a cui si fa fatica star dietro; complessivamente insufficienti a risolvere i problemi economici e occupazionali legati alla maternità, elargite in alcuni casi con il contagocce, quando sono rivolte alle fasce sociali più deboli, oppure sotto forma di un ‘premio’ a tutte, a prescindere.  Con questo meccanismo la ratio delle misure scompare e restano inalterati tutti gli ostacoli sociali e occupazionali frapposti ad un pieno esercizio della libera genitorialità, con tutte le conseguenze che ne derivano. “Non è questo il modello di welfare adatto per sostenere le donne nella scelta alla maternità – commenta ancora senza nascondere amarezza Piccinini -.  I bonus sono una risposta tanto demagogica, quanto iniqua. Forse sarebbe più utile pensare ad un unico istituto di sostegno alla genitorialità che corrisponda davvero ai bisogni diversificati delle famiglie perché questa accozzaglia non è certo una politica per la famiglia”.