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Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro


Cassazione: Obbligo di applicare i protocolli sanitari

di Lisa Bartoli 

Per stabilire l’idoneità alla mansione di un lavoratore non basta effettuare la visita medica periodica, ma occorrono anche gli accertamenti sanitari strumentali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (s. n.06885/17) che ha rigettato il ricorso di un Medico Competente contro la sentenza del Tribunale di Trapani del 19 febbraio dello scorso anno, confermando la condanna per non aver applicato i protocolli sanitari minimi previsti in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda due operai edili esposti ad un rischio elevato legato sia alla movimentazione manuale di carichi sia ai rumori, giudicati idonei alla mansione solo sulla base della documentazione che loro stessi avevano presentato al Medico Competente. Un “modus procedendi” che per la Cassazione è “superficiale e poco rispettoso dei protocolli sanitari”, perché “il medico competente, che procede alla visita, non può basarsi soltanto sul dato anamnestico, che  potrebbe essere falsato da una sottovalutazione o ignoranza da parte del lavoratore, né può accontentarsi di prescrivere esami clinici, emettendo al contempo un giudizio di piena idoneità, come invece è accaduto (…), senza attendere l’esito dell’accertamento diagnostico-strumentale, che, per entrambi i lavoratori, non era stato richiesto fin dalla visita preventiva, ma solo in una delle visite periodiche successive” .

La colpa del Medico Competente è di aver emesso il provvedimento di idoneità all’attività, cui erano preposti i due lavoratori, senza aspettare neppure l’esito del referto audiometrico, ritenuto dalla Cassazione, “particolarmente importante per via delle mansioni esercitate dai lavoratori, esposti al rumore”. La tesi difensiva, secondo la quale il ricorso ad approfondimenti strumentali è “affidata all’esperienza e alla discrezionalità del medico competente”, è stata considerata infondata poiché, si legge nel dispositivo di condanna, “i reati commessi dal medico competente, in violazione degli obblighi posti a suo carico, sono reati di pericolo astratto per la cui configurabilità non è necessario che dalla violazione dell’obbligo derivi un danno alla salute o alla incolumità del lavoratore”.

Analoga riflessione è stata affermata per quanto riguarda l’applicazione dei protocolli sanitari che, ricorda la Cassazione, sono alla base dell’attività di sorveglianza sanitaria, prevista dal d.lgs. 81/2008, per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e che prevedono la possibilità di prescrivere “accertamenti più approfonditi di quelli necessari”; per questa ragione il medico competente “non può esimersi dal prescrivere quelli minimi richiesti per una efficace prevenzione e che, nel caso specifico, il Tribunale di Trapani ha escluso sia stata assicurata e ciò “per la fondamentale ragione che non era stato attuato nei confronti dei lavoratori il protocollo sanitario correlato ai rischi specifici, cui essi erano oggettivamente esposti in considerazione delle mansioni in concreto esercitate”.       

“Questa sentenza è particolarmente degna di menzione – commenta Anna Maria Righi, responsabile salute e sicurezza Cgil Modena - perché, unitamente ad alcuni Interpelli emanati negli ultimi tempi in tema di sorveglianza sanitaria, tratteggia  una  ‘fisionomia’  del medico competente assai diversa da quella che si delinea nella prassi; e cioè una figura completamente deresponsabilizzata rispetto alla natura e alla entità dei rischi presenti nelle aziende”.  In sostanza, spesso succede che il medico competente si limiti  a redigere il protocollo sanitario (elenco delle visite e degli accertamenti da effettuare in base ai rischi esistenti in una determinata realtà produttiva)  sulla base delle risultanze del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), redatto perlopiù dal Servizio di prevenzione e protezione aziendale, dimenticando invece che il D.lgs. 81/08  prescrive un ruolo decisamente più attivo del medico aziendale  nella complessa dinamica della rilevazione e valutazione dei rischi esistenti.

Le conseguenze di questo modo di procedere fanno sì che medici competenti,  scarsamente consapevoli del proprio ruolo, assumano le risultanze del DVR (entità del rumore, entità delle vibrazione, ecc.) come dati realistici e sulla scorta di questi dati redigano un protocollo sanitario  carente di accertamenti  diagnostici  e inadeguato sotto il profilo della prevenzione. In altri casi, addirittura, pur consapevoli degli alti rischi presenti nei luoghi di lavoro, tendono a evitare una spesa eccessiva al datore di lavoro limitandosi ad effettuare una semplice visita medica senza nessun accertamento diagnostico integrativo. “Comportamenti – avverte Righi – che sono in aperta violazione del D.lgs. 81/2008. Ci auguriamo che la condotta dei medici competenti si conformi presto a questa sentenza, tanto innovativa quanto attesa  da molti di coloro che nel sindacato seguono i temi della salute e sicurezza su lavoro”.