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diritto del lavoro


Per la pensione valgono anche i periodi non lavorati

di Lisa Bartoli 

Ancora una volta l’Inps viene condannata a ricalcolare l’anzianità contributiva ad una lavoratrice in part time verticale ciclico, imponendogli di considerare ai fini del diritto a pensione anche l’intero periodo di Cassa integrazione. Questa volta a pronunciarsi in tal senso è il tribunale ordinario di Busto Arsizio, con la sentenza n. 16/2017 del 16 gennaio scorso, a favore di una lavoratrice che lamentava una interpretazione restrittiva da parte di Inps del decreto legislativo n. 61 del 2000, tale per cui “in sostanza, per i rapporti di part time ciclico, l’Istituto si comporta come se, “nei periodi nei quali non viene svolto il lavoro, “si realizzasse una vera e propria sospensione del rapporto di lavoro, con la conseguenza della non computabilità di tali periodi ai fini dell’accertamento del diritto a pensione”.  

La lavoratrice, attraverso i suoi avvocati, chiedeva il riconoscimento “puramente temporale dell’intero anno lavorativo, nell’arco del quale distribuire i contributi previdenziali nella misura effettivamente versata”. Una richiesta rifiutata dall’Inps che si traduceva in uno slittamento del diritto a pensione, giudicato dal Tribunale di Busto Arsizio inammissibile e discriminatorio rispetto a quanto invece lo stesso Istituto stabilisce per i lavoratori in part time orizzontale”. “… gli articoli 1 e 9 del decreto legislativo n.61/2000 – si legge nel dispositivo - non possono essere interpretati in modo da consentire una disparità di trattamento, a parità di ore lavorate nell’arco dei 12 mesi, tra due categorie di lavoratori part time, senza suscitare dubbi di legittimità costituzionale, in relazione agli articoli 3 e 36 della Costituzione.”

A sostegno della decisione, la sentenza richiama la specifica disciplina prevista nel decreto legislativo n. 61 del 25 febbraio 2001, emanato in attuazione della direttiva CE 97/81 che contiene anzi tutto la definizione delle varie tipologie di lavoro a tempo parziale, specificando che in quello verticale è previsto che “l’attività lavorativa sia svolta a tempo pieno, ma limitatamente a periodi predeterminati nel corso della settimana, del mese o dell’anno”.  Da qui anche il richiamo al decreto legislativo 61 del 2000, laddove emerge una concezione unitaria del rapporto a tempo parziale, secondo il tribunale, che viene descritto “come una mera modalità di attuazione del rapporto di lavoro subordinato e non come una serie di periodi lavorativi indipendenti tra loro”.  E dunque, senza alcuna distinzione tra part time verticale e part time orizzontale.   

Per il tribunale di Busto Arsizio, l’atteggiamento dell’Inps contrasta anche con le intenzioni del legislatore, espresse già nel 1984, con il Decreto Legge 726 (Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali) e nel 2001, con il decreto legislativo 61 (Tutela ed incentivazione del lavoro a tempo parziale). “L’art. 4 del decreto legislativo, peraltro – recita la sentenza - , nell’affermare il principio di non discriminazione, vuole certamente, come fine immediato, tutelare il lavoratore  contro possibili comportamenti abusivi del datore di lavoro, ma rappresenta altresì espressione della volontà legislativa di incoraggiare il ricorso al part time, che richiede comunque il consenso del lavoratore….”.

Lo stesso orientamento è stato confermato in numerose altre sentenze. L’ultima, peraltro, è di pochi mesi fa ed emessa dalla Corte di Cassazione (n. 22936/2016). Anche in quest’ultimo caso, il contenzioso riguardava un lavoratore impiegato a tempo parziale di tipo verticale, al quale l’Inps pretendeva di calcolare  l’annualità contributiva solo sulla base dei periodi lavorati; quasi come se la scelta di ricorrere al part time verticale ciclico scaturisse da  una decisione del lavoratore e non dipendesse invece come è ovvio dalla specifica tipologia di attività, per la quale è comunque previsto lo svolgimento di un orario pieno, ma articolato in più giornate di pausa, rispetto ai normali impieghi full time.

“A dispetto, delle sentenze sull’argomento e delle direttive previdenziali dettate dal legislatore – commenta l’Inca -, l’Inps non mai voluto correggere il contenuto della circolare n. 246 del 1986, dalla quale in tutti questi anni ha pervicacemente affermato che  all’accredito dell’intera settimana di contributi, dovesse corrispondere l’intero minimale contributivo settimanale. Una interpretazione impossibile da rispettare nel caso dei part time verticali ciclici, dove si lavora uno o due giorni alla settimana o addirittura alcune settimane nel mese”.

L’Inca, peraltro, ha sottoposto la questione all’attenzione dell’Inps, anche al fine di evitare il continuo ricorso al contenzioso giudiziario che rappresenta un costo per il lavoratore e per la collettività.  Per ora, si sa solo che della questione se ne sta occupando anche il ministero del lavoro. L’auspicio del Patronato della Cgil è che si trovi una soluzione interpretativa, tale da poter mettere la parola fine ai ricorsi legali, rendendo effettivamente esigibile il diritto per tutti i lavoratori a part time.