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Pensioni privilegiate


Corte Costituzionale, cumulo limitato con redditi da lavoro

La Corte Costituzionale conferma che la pensione privilegiata non può essere interamente cumulabile con i redditi da lavoro dipendente o autonomo.  Con la sentenza n.241/2016, la Consulta, nel respingere una questione di legittimità proposta dalla Corte dei Conti della Regione Marche, ha ricordato che alla pensione privilegiata ordinaria si applica la stessa limitazione sul cumulo prevista per le pensioni di invalidità (articolo 72, comma 2, della legge 388/2000).  La cumulabilità senza alcun limite è prevista solo per le pensioni dirette di anzianità  a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive ed esclusive della medesima, come prevede larticolo 19 del decreto 112/2008.

La Consulta, che conferma l’orientamento giurisprudenziale già espresso in altre sentenze, stabilisce che l’omogeneità tra pensione privilegiata ordinaria e pensione di anzianità “non trova alcun riscontro nel dato normativo e nella elaborazione della giurisprudenza costituzionale, poiché la pensione di anzianità  è un beneficio concesso al lavoratore che prescinde dal raggiungimento dell’età pensionabile e postula il mero avvenuto svolgimento dell’attività stessa per un tempo predeterminato, mentre la pensione privilegiata ordinaria è ancorata a eventi dannosi (ferite, lesioni o infermità), provocati da una causa di servizio, e consegue alla cessazione del rapporto di impiego per inabilità permanente al servizio”.

La regolamentazione del cumulo fra pensioni e redditi da lavoro, avverte la Corte Costituzionale, “interferisce con molteplici valori di rango costituzionale, come il diritto al lavoro (articolo 4 della Costituzione), il diritto a una prestazione previdenziale proporzionata all’effettivo stato di bisogno (articolo 38, secondo comma, Costituzione), la solidarietà tra le diverse generazioni che interagiscono nel mercato del lavoro (articolo 2 Costituzione), in una prospettiva volta a garantirne un equo ed effettivo accesso alle opportunità di occupazione che si presentano.  Spetta alla discrezionalità del legislatore bilanciare i diversi valori coinvolti, in un contesto di molteplici variabili di politica sociale ed economica, e modulare la concreta disciplina del cumulo, in armonia con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza”. La natura di retribuzione differita, che accomuna pensioni privilegiate ordinarie e pensioni di anzianità, “non rende costituzionalmente obbligata una equiparazione di tali trattamenti agli effetti della disciplina del cumulo, né rileva la considerazione dell’eventuale coincidenza dei requisiti di anzianità, elemento sprovvisto di valenza significativa nell’ambito di una regolamentazione incentrata sulle peculiarità delle singole prestazioni previdenziali”.

Per la Corte Costituzionale, dunque, “l’auspicata parificazione tra pensione privilegiata ordinaria e pensione di anzianità, agli effetti dell’applicazione di un cumulo integrale, non può derivare dalla circostanza, del tutto accidentale, che il titolare di pensione privilegiata ordinaria abbia tutti i requisiti per accedere anche alla pensione di anzianità”, anche perché la legge prevede che “quando il dipendente abbia raggiunto l’anzianità di servizio minima per il riconoscimento della pensione e subisca per fatti di servizio una menomazione dell’integrità personale, ha diritto alla sola pensione privilegiata, che assorbe e integra l’importo dell’altro trattamento di quiescenza”.

In conclusione, per la Suprema Corte, i benefici previsti per la pensione privilegiata ordinaria, anche in termini di incremento della pensione corrisposta, “valgono a compensare la riduzione della capacità di produrre reddito, derivante dall’infermità contratta a causa di servizio, e hanno il loro contrappeso nelle limitazioni al cumulo tra pensioni e redditi da lavoro”. E dunque la limitazione del 70% è una “misura che non rappresenta un intralcio sproporzionato al diritto di svolgere un lavoro dopo la pensione”.