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Diritto del lavoro

Cassazione: Vietato spiare i dipendenti

di Lisa Bartoli 

Senza un accordo con le rappresentanze sindacali è vietato controllare a distanza l’attività dei dipendenti, attraverso apparecchiature audiovisive anche se il datore di lavoro non le utilizza. E’ quanto ha stabilito la terza sezione penale della Corte di Cassazione nella sentenza n. 45198/16, pubblicata il 26 ottobre scorso, chiamata a pronunciarsi su un ricorso presentato da un’azienda contro una condanna a suo carico, pronunciata dal Tribunale di Ascoli Piceno il 23 dicembre 2013.

La Suprema Corte, quindi, nel confermare il giudizio di secondo grado e l’ammenda a cui sono state condannate le amministratrici della società , ha rigettato le loro ragioni  che tendevano a minimizzare la presenza delle telecamere nel luogo di lavoro, la cui funzione, secondo il loro parere, era “difensiva, essendo prossima alla cassa e volta quindi a prevenire ed accertare comportamenti illeciti dei dipendenti, e non anche a raccogliere notizie sull’attività lavorativa dei dipendenti stessi”.

Per spiegare le ragioni del rigetto, nella sentenza, la Cassazione richiama l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 300) che vieta espressamente l’uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti che consentano il controllo a distanza dei lavoratori, salvo se richiesti da esigenze organizzative e produttive o di sicurezza del lavoro e tutela del patrimonio aziendale, ma previo comunque accordo con i sindacati o autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro.

La Suprema Corte ha anche affermato che l’utilizzo o meno di dette apparecchiature, da parte del datore di lavoro, non cancella comunque la punibilità. La disposizione, tuttora vigente, nonostante le modifiche apportate con il decreto legislativo 196 del 2003 (art. 179), “prevede una condotta criminosa rappresentata dalla installazione di impianti audiovisivi idonei a ledere la riservatezza dei lavoratori, qualora non vi sia stato consenso sindacale (o autorizzazione scritta di tutti i lavoratori interessati) o permesso dall’Ispettorato del lavoro”.    “Si tratta di un reato di pericolo – afferma la Cassazione - essendo diretto a salvaguardare le possibili lesioni della riservatezza dei lavoratori, con la conseguenza che per la sua integrazione è sufficiente la mera predisposizione di apparecchiature idonee a controllare a distanza l’attività dei lavoratori, in quanto per la punibilità non è richiesta la messa in funzione o il concreto utilizzo delle attrezzature”.