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Ulteriore contributo su permessi di soggiorno


Cancellata definitivamente la "supertassa"

di Lisa Bartoli 


L’ultima parola finalmente è stata pronunciata. Dolo la sentenza del  Consiglio di Stato, il ricorso del Governo è stato “respinto”. Con la sentenza pubblicata il 26 ottobre scorso, infatti, è stata ripristinata la validità dell’ordinanza del Tar del Lazio del 24 maggio scorso, con la quale il Tribunale amministrativo aveva cancellato l’ulteriore contributo imposto sul rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno.


“L’estremo tentativo di resistere da parte del governo è stato bocciato – commenta, senza celare l’enorme soddisfazione, il presidente dell’Inca, Morena Piccinini – . Ora non ci sono più scuse. Gli immigrati che hanno versato ingiustamente il  balzello hanno diritto di vedersi restituire ciò che hanno pagato in questi anni. L’Inca e la Cgil garantiscono il supporto necessario per avviare le procedure per ottenere i rimborsi”. In particolare, l’Alta Corte suggerisce alla Pubblica Amministrazione di adeguarsi alla Sentenza non richiedendo ulteriormente l’onere la cui esazione era già stata sospesa dopo la Sentenza del TAR del Lazio consigliando le Amministrazioni di trovare il modo di rimborsare “agli interessati le somme versate in eccedenza rispetto al dovuto”. 

La sentenza fa proprie le conclusioni cui era giunta la Corte di Giustizia europea il 2 settembre 2015, intervenuta su richiesta dello stesso Tar per un parere, laddove rilevava che “l’incidenza economica di un contributo (…) può essere considerevole per taluni cittadini di paesi terzi che soddisfano le condizioni poste dalla direttiva 2003/09 per il rilascio dei permessi di soggiorno previsti da quest’ultima, e  ciò a maggior ragione per il fatto che, in considerazione della durata di tali permessi, tali cittadini sono costretti a richiedere il rinnovo dei titoli assai di frequente e che  all’importo di detto contributo può aggiungersi quello di altri tributi previsti dalla preesistente normativa nazionale, cosicché, in tali circostanze, l’obbligo di versare il contributo (..) può rappresentare un ostacolo alla possibilità per i predetti cittadini dei paesi terzi di far valere i diritti  conferiti dalla summenzionata direttiva”.  

Dunque, una risposta chiara al Governo che, invece, nel ricorso ha tentato di far passare l’idea che la direttiva europea fosse riferibile esclusivamente ai permessi di soggiorno per lungosoggiornanti e non riguardasse gli altri titoli di breve durata. Per il Consiglio di Stato, invece, si legge nella sentenza, “se fosse vero che solo il segmento finale di tale percorso (...) ogni singolo Stato potrebbe introdurre una normativa sui permessi di più breve soggiorno tanto restrittiva da rendere sostanzialmente impossibile o eccessivamente oneroso per gli stranieri la legale permanenza nel loro territorio per i cinque anni necessari a stabilizzare la loro posizione all’interno dell’Unione Europea e a consentirne l’inserimento nel tessuto socio-economico”. (..) “in questo modo, recita la sentenza, la finalità di protezione della direttiva stessa “diverrebbe puramente teorica finendo di fatto per essere vanificata”(...) perché l’obiettivo di conseguire i permessi di lunga durata sarebbe un traguardo irraggiungibile e illusorio per molti di essi, per quanto in possesso di tutti i requisiti previsti dalla normativa eurounitaria, con evidente elusione delle finalità perseguite dalla stessa direttiva n. 2003/109/CE”.

Per le stesse ragioni, il Consiglio di Stato ha rigettato anche la richiesta dell’Avvocatura di un nuovo pronunciamento in sede europea, affermando che “la domanda (…) ne difetta il presupposto (…), per l’accertata infondatezza della tesi interpretativa sostenuta dalle Amministrazioni (…)”.  “In attesa che il Governo si attivi dando seguito alla sentenza – avverte Piccinini - , l’Inca non starà con le mani in mano. Abbiamo intenzione di andare avanti con i ricorsi legali, anche in sede civile, per far ottenere ai lavoratori stranieri regolari i rimborsi dovuti. Ci auguriamo che la conclusione di questa vicenda, contribuisca a cancellare ogni altro tentativo persecutorio ai danni di coloro che rappresentano una grande risorsa per il nostro paese”.

Il patronato della Cgil sottolinea ancora una volta i risultati dell’ultimo rapporto Migrantes, diventato uno degli studi più qualificati. Secondo, l’indagine, negli ultimi quattro anni, le imprese condotte da lavoratori nati all’estero sono oramai oltre 550 mila, quasi un decimo di quelle registrate negli elenchi delle Camere di commercio: il 9,1% contro il 7,4% del 2011. Commercio e costruzioni si confermano i comparti prevalenti, ma l’edilizia cede il passo ai più elevati ritmi di incremento segnati dalle attività di alloggio e di ristorazione e da quelle dei servizi alle imprese. Marocco, Cina e Romania sono i Paesi dai quali proviene il maggior numero di responsabili di imprese individuali, ma è il Bangladesh a distinguersi per l’incremento più sostenuto. Lombardia e Lazio, e al loro interno Milano e Roma, rimangono le aree dove sono maggiormente diffuse le attività. Solo nel 2015, le aziende a conduzione straniera sono aumentate del 21,3 per cento, sfiorando le 100 mila unità.

“Questa sentenza, oltre a riaffermare un principio di giustizia sociale – conclude Piccinini – ha un valore per noi ancor più significativo perché riconosce la legittimità del ruolo di rappresentanza dei diritti dei migranti ai patronati e ai sindacati, che il Governo, attraverso l’Avvocatura dello Stato, ha sempre cercato di mettere in discussione”.