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Malattie professionali

Origine lavorativa del tumore al colon  

All’Ilva il nesso c’è. L’Inail condannata a pagare la rendita ai superstiti

di Lisa Bartoli 

In Italia, ogni anno, sono circa 2.000 le denunce di tumori professionali, un numero esiguo considerando i tanti fattori di rischio cui sono esposti i lavoratori. Il nesso causale è spesso oggetto di conteziosi legali molto complessi che si concludono con sentenze non lineari, facendo mancare un orientamento giurisprudenziale coerente. E quindi quando si accerta il legame tra attività e malattia,  diventa notizia, ed è ciò che è avvenuto all’Ilva di Taranto per un caso di tumore al colon.

Grazie a un ricorso presentato dall’avvocato Massimiliano del Vecchio, consulente dell’Inca, la Corte d’appello di Lecce, sezione lavoro, ha riconosciuto il diritto alla rendita Inail agli eredi di un lavoratore deceduto nel 2012, a seguito di un cancro al colon/retto provocato dalla prolungata esposizione all’amianto. La sentenza, pubblicata il 30 settembre scorso (n. 1892/2916), accoglie le argomentazioni contenute nella consulenza tecnica d’ufficio, ribaltando le conclusioni cui era giunto il Tribunale di Brindisi, sulla base della stessa perizia, che aveva, invece, escluso il nesso causale tra attività lavorativa e malattia professionale, sollevando l’Inail dall’onere di pagare le prestazioni economiche richieste, prima dal lavoratore stesso, quando era ancora in vita, e poi dagli eredi.  

Il caso preso in esame dalla Corte d’appello riguarda una persona che, per 24 anni, ha svolto l’attività di tubista manutentore (dal 1972 al 1996) alle dipendenze di varie ditte operanti nel Centro Siderurgico di Taranto Ilva, già Italsider. Mansioni per le quali è stato esposto per lungo tempo non solo all’amianto, ma anche a rumore, fumi e polveri nocive ambientali ampiamente presenti nelle centrali elettriche del siderurgico. Per questa ragione, nel 1996 aveva ottenuto anche i benefici previdenziali previsti per coloro che sono esposti ad amianto. Nel 2009, subisce un primo intervento chirurgico per adenocarcinoma del colon retto, cui è seguita una terapia chemioterapica e un secondo ricovero nel 2011 per sospetta neoplasia del pancreas.

Nel 2010, il lavoratore fa domanda all’Inail di riconoscimento di malattia professionale, con conseguente costituzione di rendita, nella misura da accertarsi con apposita Consulenza tecnica d’ufficio, ma l’Istituto rigetta la richiesta perché a suo parere non c’erano elementi sufficienti per comprovare la sussistenza del nesso causale. Da lì la decisione del lavoratore di rivolgersi alla magistratura che, in primo grado, con la sentenza 3307/2012, nonostante il quadro clinico fin troppo chiaro e una Consulenza tecnica d’ufficio altrettanto chiarificatrice, ha escluso nettamente che ci potesse essere un legame tra attività svolta e la malattia professionale.  Quella stessa perizia, invece, è stata sufficiente per far decidere alla Corte d’ appello di Lecce di ribaltare il giudizio di primo grado, dando ragione agli eredi de lavoratore: “Vi sono elementi sufficienti per affermare – si legge nella sentenza - che i fattori di rischio chimico presenti nell’ambiente di lavoro del sig…siano stati validamente corresponsabili della comparsa della neoplasia intestinale (colon retto), presentando quest’ultima una origine professionale”.     

Al momento non sappiamo se l’Inail intenda avanzare il ricorso in Cassazione, ma comunque vadano le cose, resta il fatto che sono passati oramai 6 anni dalla domanda amministrativa per il riconoscimento della malattia professionale e 4 anni dal decesso. Per Inca, sono troppi e ingiustificabili sia l’attesa sia la resistenza dell’Istituto nel negare un diritto sacrosanto, come quello per il quale si è battuto in prima persona il lavoratore e si battono ancora i suoi familiari.  Per ora l’Inail è stata condannata a pagare, oltre le spese processuali, anche la rendita al coniuge e ai figli, con decorrenza dalla data della domanda amministrativa (2010) e fino a luglio 2011, inoltrata dal lavoratore stesso quando era ancora in vita, nella misura del 30 per cento di invalidità permanente e del 100 per cento di invalidità permanente da far decorrere dal primo agosto  2011 fino al decesso.