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La scuola in Italia
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La scuola in Italia

Ocse: Povera e diseguale

di Carlo Caldarini, Direttore dell’Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa

L’edizione 2016 del rapporto "Sguardo sull'istruzione" (Education at a glance 2016) pubblicato ogni anno dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico traccia un bilancio desolante del sistema d'istruzione italiano (scuola e e universitario), ormai agli ultimi posti sulla scena internazionale. Nel suo insieme, il rapporto mette l’accento sopprattutto sull’andamento della spesa pubblica, sull’invecchiamento del corpo docente, sugli squilibri di genere, sull’integrazione o meno degli immigrati.

Spesa

In totale, la spesa pubblica e privata per l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, nei Paesi dell’OCSE è pari in media al 5,2% del loro PIL. Per allentare la pressione che grava su bilanci pubblici, un numero maggiore di Paesi sta trasferendo i costi dell’istruzione terziaria dalla spesa pubblica alle singole famiglie, generalmente sotto forma di tasse d’iscrizione.

Molti Governi prevedono, tuttavia, una differenziazione nelle tasse d’iscrizione, che possono essere, per esempio, più alte per le scuole private o per gli studenti stranieri, o più basse per gli studenti iscritti a programmi dell’istruzione terziaria a ciclo breve, o offrono borse di studio, sovvenzioni e prestiti. Nell’ultimo decennio, nella maggior parte dei Paesi si è riscontrato un aumento del numero di studenti del ciclo d’istruzione terziaria (università) che terminano gli studi con un diploma e un debito da rimborsare.

Nonostante la recessione economica, tra il 2008 e il 2013, la spesa reale per studente è aumentata dell’8% nella scuola e del 6% nell’istruzione terziaria (università). Le restrizioni economiche hanno, tuttavia, avuto un impatto diretto sugli stipendi degli insegnanti, che sono stati congelati o diminuiti tra il 2009 e il 2013, per poi tornare ad aumentare nel 2014.

Divario di genere

Il divario di genere nell’istruzione universitaria si è invertito ormai da alcuni anni, e le donne laureate sono oggi più numerose degli uomini. Tuttavia, le donne continuano ad essere discriminate ai livelli più alti, ed hanno meno probabilità degli uomini di conseguire un dottorato. Sono inoltre  sottorappresentate in alcune discipline, come le scienze e l’ingegneria, e sovrarappresentate in altre, come l’insegnamento e la sanità. In media; in una disciplina come l’ingegneria 3 laureati su 4 sono uomini, mentre nelle scienze dell’educazione 4 laureati su 5 sono donne. Tali squilibri si riflettono nel mercato del lavoro e, in ultima analisi, nelle retribuzioni: gli ingegneri guadagnano in media il 10% in più rispetto agli altri laureati, mentre i diplomati in scienze dell’educazione ricevono il 15% in meno. E benché siano molto più numerose degli uomini, all’interno del corpo insegnante, le donne hanno meno probabilità di diventare dirigenti scolastici.

Immigrati

I sistemi d’istruzione svolgono un ruolo importante nell’integrazione degli immigrati nelle loro nuove comunità e nel mercato del lavoro del Paese di accoglienza. Per esempio, gli studenti immigrati che hanno frequentato la scuola dell’infanzia ottengono 49 punti in più ai test di lettura del Programma valutazione internazionale PISA. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi, la partecipazione degli immigrati alla scuola dell’infanzia è notevolmente inferiore rispetto ai loro coetanei nativi.

Il risultato è che in quasi tutti i Paesi gli immigrati hanno un livello d’istruzione inferiore rispetto ai coetanei nativi. Per esempio, tra gli adulti (25-44 anni) provenienti da un contesto d’immigrazione i cui genitori non hanno completato la scuola secondaria superiore, 37% non ha concluso il ciclo d’istruzione secondario superiore. Questa percentuale è 10 punti più bassa (27%) tra i 25‑44enni nativi.

Situazione dell’Italia

Per quanto riguarda l’Italia, i dati del rapporto Education at a Glance evidenziano tre principali sfide per il sistema d’istruzione: invertire la tendenza negativa nel finanziamento dell’istruzione, rinnovare e ringiovanire il corpo docente e aumentare gli investimenti in programmi educativi che coinvolgano studenti con necessità didattiche diverse. In questo contesto, l’Ocse traccia un quadro, come dicevamo, depresso e deprimente del sistema italiano. “Un’istruzione di qualità -  dice l’OCSE con specifico riferimento all’Italia - ha bisogno di un finanziamento sostenibile”.

La spesa pubblica per le istituzioni dell’istruzione è diminuita del 14% tra il 2008 e il 2013. Tale riduzione riflette non solo una contrazione della spesa pubblica complessiva in termini reali, ma anche un cambiamento nella sua distribuzione tra le diverse priorità: per altri servizi pubblici la contrazione della spesa è stata inferiore al 2%. Nel 2013, la spesa totale per l’istruzione dal livello primario a quello terziario è stata pari al 4% del PIL, rispetto alla media OCSE del 5,2%.

Nel 2008, la Legge n.133 ha ridotto significativamente la spesa pubblica italiana per l’istruzione rispetto agli altri Paesi OCSE. Nel 2013, l’Italia si è collocata nella quarta posizione più bassa tra i Paesi OCSE in termini di spesa totale (finanziamenti pubblici e privati). In termini di spesa pro-capite (spesa per studente), la spesa annua dell’Italia nel 2013 è stata di 9.238 dollari USA per studente (a parità di potere d’acquisto) e, quindi, inferiore di oltre 1.200 dollari rispetto alla media dei paesi OCSE.

Per quanto concerne le tasse d’iscrizione, sebbene si mantengano a livelli relativamente bassi in Italia, soprattutto rispetto a Paesi quali Stati Uniti, Giappone, Corea e Canada, esse sono comunque più elevate in Italia rispetto a più della metà dei Paesi OCSE, dove, in diversi casi, il primo ciclo universitario è gratuito.

Il corpo insegnante è il più anziano tra tutti i Paesi OCSE: sei insegnanti su dieci sono ultracinquantenni (per fare un paragone, in Turchia 1 insegnante su 10 è ultracinquantenne, in Grecia 2 insegnanti su 10, in Francia 3 su 10).

I dati OCSE documentano anche bene come dal 2010 al 2014 i salari degli insegnanti siano diminuiti (-7% in termini reali). Gli stipendi statutari dei docenti basati su qualifiche tipiche, e valutati in diversi momenti della carriera, sono più bassi della media OCSE (tra -24% e -7%). Ciò nonostante, molti giovani in Italia sono attratti dalla carriera dell’insegnamento, a causa della difficoltà nel trovare posti di lavoro sicuri in altri settori. Anche lo sviluppo delle retribuzioni rispetto ai salari d’inizio carriera è basso: gli stipendi massimi degli insegnanti, dalla scuola dell’infanzia fino alla scuola secondaria, aumentano mediamente dal 47% al 57% rispetto alle remunerazioni iniziali, mentre la media dell’OCSE varia dal 65% al 70%.

La scuola italiana secondo l’OCSE non è soltanto povera, è anche diseguale. E per questo viene a torto percepita come inutile da fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto dei ceti sociali meno abbienti.

La proporzione di 20-24enni che non lavorano, che non studiano o che non seguono un percorso di formazione (i cosiddetti NEET) è aumentata di 10 punti percentuali in Italia nel corso degli ultimi dieci anni, un aumento che non ha uguali in nessun altro Paese dell’OCSE.

Gli adulti con genitori nati all’estero hanno un livello d’istruzione particolarmente basso: il 59% dei giovani i cui genitori hanno un livello d’istruzione inferiore alla scuola secondaria superiore (diploma) non riescono a loro volta ha conseguire un diploma di scuola secondaria superiore. E lo stesso fenomeno si riproduce anche tra la popolazione non immigrata.  “In Italia – sottolinea infatti l’OCSE - la diseguaglianza nel livello d’istruzione non è limitata alle persone con background migratorio, ma si estende all’insieme della popolazione. Tra i “non-studenti” di età compresa tra i 25 e 44 anni con genitori che hanno un livello d’istruzione inferiore alla scuola secondaria superiore, il 54% non ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore. Si tratta della percentuale più elevata fra i Paesi che partecipano al Programma dell’OCSE sulle competenze degli adulti (Survey of Adult Skills). Ciò mostra che in Italia, più che altrove, il livello d’istruzione dei genitori può influire sul livello di studi che i loro figli raggiungeranno.



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