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Morte per cancro a polmoni. Rendita Inail a eredi

Morte per cancro a polmoni. Rendita Inail a eredi

Cassazione, tabagismo non esclude nesso causale

Di fronte alla certezza dell’esposizione a inquinanti tossici, definiti come cancerogeni, non si può negare l’origine lavorativa del tumore ai polmoni, anche quando la vittima risulti essere un fumatore. Lo ha stabilito l’ordinanza della Cassazione, n. 29767/17 del 12 dicembre, riconoscendo il diritto alla rendita Inail agli eredi di un dipendente di una azienda produttrice di macchine agricole, deceduto per neoplasia polmonare, addetto ai forni, alle forge e alla saldatura dei metalli, dal 1963 al 1993.

L’Alta Corte, nel ribadire che quando una malattia è tabellata, come nel caso esaminato, spetta all’Inail l’onere di fornire la prova della insussistenza del nesso causale e solo quando vi è certezza che un fattore esterno, come il vizio di fumare, possa da solo aver provocato la patologia, si può escludere il collegamento tra il decesso del lavoratore e l’attività svolta.

Con l’ordinanza, la Cassazione ha annullato il verdetto della Corte d’Appello di Perugia che aveva negato la rendita sulla base di questa motivazione, nonostante la Consulenza tecnica d’ufficio, disposta dallo stesso giudice di merito e ripresentata nel ricorso al terzo grado di giudizio,  avesse rilevato “l’elevata probabilità di esposizione” a sostanze dannose, quali idrocarburi policiclici, metalli pesanti, amianto e silice libera cristallina. Per la Cassazione, il giudice di merito ha rigettato la domanda di rendita, avanzata dalla vedova, “senza fornire adeguata motivazione sul perché, nonostante la pacifica prolungata esposizione ad agenti patogeni, che presentano coefficienti di rischio cancerogeno, come ampiamente argomentato dallo stesso consulente (…) e sia pervenuta alla conclusione dell’efficacia causale esclusiva del fumo”.

Nel ribadire ancora una volta che per le malattie inserite nella tabella Inail, vale il principio della presumibile origine professionale e che spetta all’Inail l’onere di dimostrare il contrario, la Cassazione, come ha fatto innumerevoli altre volte, ha ribadito come “per escludere la tutela assicurativa è necessario accertare, rigorosamente ed inequivocabilmente, che vi sia stato l’intervento di un diverso fattore patogeno, che da solo o in misura prevalente, abbia cagionato o concorso a cagionare la tecnopatia”.

Sulla base di questi argomenti, l’Alta Corte ha accolto il ricorso della vedova e rinviato il fascicolo alla Corte d’Appello di Perugia che dovrà riesaminare la controversia tenendo conto dei principi enunciati dalla sentenza di Cassazione. 




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