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Amianto a Casaralta. Colpevoli 3 consiglieri

Amianto a Casaralta. Colpevoli 3 consiglieri

'violazioni sistematiche' dei sistemi di sicurezza

Nell’azienda Casaralta, produttrice di carrozze ferroviarie, si è verificata "una sistematica e grave violazione dei più elementari obblighi in materia di igiene del lavoro". Lo ha scritto il giudice del tribunale di Bologna Manuela Melloni, nelle motivazioni alla sentenza di condanna, emessa a marzo scorso,  di 3 ex consiglieri di amministrazione, condannati rispettivamente a: tre anni per Anna Maria Regazzoni, a due anni per Carlo Filippo Zucchini e Carlo Regazzoni. L'accusa era omicidio e lesioni colpose di lavoratori morti dopo essersi ammalati per l'esposizione all'amianto.

I tre ex componenti del Cda, che per il giudice rivestivano la funzione di garanzia, sono stati riconosciuti responsabili per una ventina di casi di malattie professionali, correlate ad esposizione all’amianto, insorte tra la metà degli anni 60 e metà anni 80. La sentenza ha disposto il pagamento di provvisionali da 150mila euro riconosciute alle parti civili, la maggioranza rappresentate dagli avvocati Simone Sabattini e Alessandro Gamberini. L'accusa è stata condotta dal Pm Roberto Ceroni.

Il giudice, in 213 pagine di motivazioni, riferisce l’agenzia di informazione Ansa, affronta per prima cosa il tema del periodo in cui l'amianto fu presente nelle officine. Dagli atti processuali, è la sua conclusione, emerge come il suo utilizzo per la coibentazione nell'attività di costruzione di nuove carrozze "si protrasse con certezza anche per i locomotori fino a metà degli anni Settanta", per la coibentazione a spruzzo anche fino al decennio successivo. E anche la ristrutturazione di carrozze con amianto, manipolato e rimosso dai lavoratori, proseguì fino ai primi anni 80. 

Secondo il giudice in azienda non c'era "alcun tipo di informazione" sui rischi connessi all'amianto fornita dal datore di lavoro. Le testimonianze sono state inoltre unanimi sull'assenza di Dispositivi di Protezione Individuali ad eccezione di mascherine di carta monouso, fornite però solo dalla metà degli anni 70 e di cui nessuno controllava l'utilizzo; su locali di lavoro con ampia diffusione di polveri di lavorazione, anche perché non c'erano aspiratori né si faceva ricorso a procedure di umidificazione per limitare la diffusione; gli armadietti negli spogliatoi, infine, non avevano scomparti separati per gli abiti di lavoro sporchi e quelli puliti. Se si fosse intervenuto su qualcuno di questi punti, è il ragionamento del giudice, il rischio sarebbe diminuito.

"La gravità dei fatti" connessi "ad un modo di 'fare impresa' in cui la pur legittima logica di profitto non è stata in alcun modo associata ai più elementari doveri di solidarietà sociale, il loro perdurare nel tempo, il numero elevato di vittime, la circostanza che da parte degli imputati non sia giunta manifestazione alcuna di una qualche presa di coscienza del disvalore delle proprie condotte, l'assenza di condotte riparatorie o risarcitorie" sono elementi in base ai quali il giudice ha ritenuto di non concedere ai tre neppure le attenuanti generiche. 

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